Rai, da Pupi Avati assist alla Meloni: «Il Cda è specchio del Paese. Giusto pretendere di esserci»

venerdì 16 Luglio 13:02 - di Redazione
Pupi Avati

Non è una battaglia di retroguardia. Nè la richiesta di aggiungere un posto alla tavola della Rai. Tutt’altro. La protesta di Fratelli d’Italia, sigla esclusa dal cda dell’azienda di viale Mazzini, ha a che fare con la tutela del pluralismo politico del servizio pubblico radiotelevisivo. Lo ricordino soprattutto i tanti censori dell’Ungheria di Viktor Orban. Già, in quel caso ogni pagliuzza diventa una trave mentre qui da noi accade l’esatto contrario. E che la Rai debba essere plurale e perciò specchio del Paese è anche quel che pensa un maestro del grande schermo come Pupi Avati.

Così Pupi Avati all’Adnkronos 

«Il Consiglio di amministrazione della Rai – dice infatti il regista all’Adnkronos – deve tornare ad avere un ruolo, deve rappresentare il Paese. E chi pretende di esserci (FdI appunto, ndr) ha ragione». Quel che è certo è che a Pupi Avati la legge che ha cancellato i poteri del Consiglio introducendo la figura dell’ad non piace neanche un po’. «La Rai – avverte – non può essere rappresentato da una persona sola, come è stato con Salini e come sarà tra un po’». A suo giudizio, infatti, «più è ecumenico e più il Cda è rappresentativo del Paese». Dal regista, insomma, arriva un’esortazione al Parlamento a ripensare la natura e il ruolo della Rai. «Deve tornare a rappresentare il Paese», ribadisce. A sua volta, il Cda «deve tornare ad assumersi la responsabilità delle scelte che fa l’Azienda».

«Basta con la dittatura dell’ad»

Tanto più, aggiunge, che «il servizio pubblico lo paghiamo noi». E, quindi, «decidiamo noi». Del resto, un Cda che non decide non ha ragione di esistere. «Una volta – conclude Pupi Avati – i Cda contavano. E non parlo di due secoli fa ma di dieci anni fa. Poi c’è stata una riforma e le cose sono cambiate. Ora decide tutto l’amministratore delegato, il consiglio di amministrazione è stato esautorato». Una ricetta che non ha fatto bene alla Rai. Meglio sarebbe perciò tornare all’antico, avendo cioè un Cda pienamente legittimato ad agire. «Questa – conclude il regista – è la battaglia da fare».

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