Fauci chiede le cartelle cliniche dei ricercatori di Wuhan. E la Cina rilancia la “pista italiana”

venerdì 4 Giugno 11:48 - di Natalia Delfino
fauci cina

Le cartelle cliniche dei tre impiegati del Wuhan Institute of Virology, che si sono ammalati nel novembre del 2019, e quelle di sei minatori colpiti da una misteriosa malattia dopo aver visitato una grotta di pipistrelli nel 2012. Anthony Fauci ha lanciato un appello alla Cina per poter visionare i documenti medici che potrebbero offrire chiarimenti sull’origine del Covid. La richiesta è arrivata dalle colonne del Financial Times e, allo stato attuale, non è chiaro se vi sia stata anche una richiesta formale da parte del governo Usa a Pechino. Appare comunque improbabile una collaborazione del regime, che invece, sembra intenzionato a rispolverare la tesi secondo cui il virus sarebbe nato altrove, e forse in Italia.

Fauci chiede nove cartelle cliniche alla Cina

«Vorrei vedere le cartelle cliniche dei tre impiegati del Wuhan Institute of Virology che si sono ammalati nel 2019», ha detto Fauci al quotidiano Usa, mentre l’intelligence è impegnata a riesaminare l’ipotesi della fuga dal laboratorio dopo l’indicazione di Joe Biden in questo senso. I tre impiegati del laboratorio si ammalarono gravemente a novembre, dunque un mese prima dello scoppio ufficiale della pandemia.

Non solo i ricercatori di Wuhan: il caso dei sei minatori

Quanto ai sei minatori che si ammalarono del 2012 e dei quali tre morirono, poi, Fauci si chiede se «erano portatori del virus». «Cosa dicono le cartelle cliniche di queste persone?», è la domanda posta dall’epidemiologo l’epidemiologo, che guida la task-force presidenziale Usa sul Covid-19. «È del tutto plausibile che l’origine del Sars-Cov-2 sia nella caverna e che abbia iniziato a diffondersi in modo naturale oppure sia passato attraverso il laboratorio», ha aggiunto Fauci, nel corso del suo richiamo-appello alla Cina. Secondo quanto emerso, infatti, gli scienziati del Wuhan Institute of Virology visitarono la caverna del contagio per prelevare dei campioni.

Pechino cerca i “colpevoli” altrove

Dunque, tutte le ipotesi restano sul campo. Ma la Cina ha sempre negato l’esistenza di contagi nel laboratorio di Wuhan. E, anzi, a più riprese ha tentato di spostare l’attenzione sulla nascita del virus verso altre regioni del mondo, Italia in particolare. Una tesi, quella del virus nato altrove, che le autorità cinesi ha rilanciato anche in occasione della missione dell’Oms a Wuhan, incentrata proprio sulla ricerca delle origini della pandemia. Ora, secondo quanto riportato da La Verità, sulla base di un lancio dell’agenzia Reuters, quell’offensiva finora soprattutto mediatica sarebbe entrata in una fase operativa. Funzionari dell’Oms avrebbero infatti contattato i ricercatori italiani in merito allo studio che evidenziava la presenza in pazienti italiani di anticorpi contro il Covid già tra il settembre e l’ottobre del 2019. Notizia che la stampa cinese ha rilanciato con grande enfasi.

La richiesta dell’Oms ai ricercatori italiani

«L’Oms ci ha chiesto di condividere il materiale biologico e di poter rieseguire i test presso un laboratorio indipendente, e noi abbiamo accettato», ha detto alla Reuters Giovanni Apolone, direttore scientifico dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano e primo firmatario dello studio. In realtà, quello studio non dice nulla sull’origine geografica del virus, che non era l’oggetto della sua ricerca, ma solo sui tempi in cui potrebbe aver iniziato a circolare. Soprattutto, è il primo studio al mondo sul tema e, quindi, non esistono dati comparativi per capire se anche altrove in quello stesso periodo ci fossero già state risposte immunitarie al Covid.

Il virus prima della pandemia

Due indizi, però, li fornisce, citando uno studio su un paziente finito in terapia intensiva a Parigi nel dicembre del 2019 e uno dell’Università di Harvard su una anomala affluenza di pazienti al pronto soccorso di Wuhan nella seconda metà dello stesso anno. Dunque, se nessuno di questi studi è focalizzato su dove sia nato il virus, tutti insieme, però, fanno sorgere «il dubbio crescente – ha spiegato Apolone – che il virus, probabilmente meno forte rispetto ai mesi successivi, circolasse in Cina molto prima che venissero denunciati i primi casi».

 

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