Ardea, il killer sottoposto a consulenza psichiatrica ma non in cura. La madre rischia ora la denuncia

lunedì 14 Giugno 20:57 - di Roberto Frulli

Sono molte le domande che ruotano attorno alla tragedia di Ardea ora che la concitazione si è posata e si può ragionare a mente fredda sulla strage.

Intanto il possesso dell’arma da parte del killer, l’ingegnere informatico Andrea Pignani che ha ucciso due bimbi e un anziano che ha fatto scudo col suo corpo per proteggerli.

Perché Pignani aveva quella pistola nella sua disponibilità?

Quella Beretta modello 81 calibro 7,65 con cui Pignani ieri ha ucciso ad Ardea i due bambini, un anziano, e si è poi suicidato, apparteneva al padre del killer, ex guardia giurata, e non era mai stata denunciata dopo la morte dell’uomo, come riferito dagli inquirenti.

Insomma quella pistola doveva essere stata ritirata da tempo alla famiglia Pignani.

“Non abbiamo mai trovato la pistola”, avrebbero detto i familiari di Andrea Pignani.

Da fonti investigative appare confermato che nessuna denuncia o esposto erano stati presentati in merito a presunte minacce passate di Pignani nei confronti dei residenti del comprensorio di Ardea.

A quanto ricostruito finora, non c’erano state liti tra Pignani e il papà dei bambini uccisi, che non si conoscevano.

Ora la madre di Andrea Pignani rischia un’accusa per detenzione abusiva di armi.

La donna, che viveva nella stessa abitazione del figlio, rischia in particolare l’accusa di detenzione abusiva di armi, reato “punito con l’arresto da tre a dodici mesi o con l’ammenda fino a 371 euro”.

È di tutta evidenza che qualcosa non ha funzionato nella catena dei controlli sulle armi.

“È necessario disciplinare la circolazione delle informazioni in materia di armi tra le autorità sanitarie, gli enti locali e le autorità di polizia, concernenti sia il titolare della detenzione o della licenza, sia dei suoi conviventi – osserva Marco Silvestroni, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Trasporti della Camera. – Può venirci in aiuto, al fine di contemperare i diritti di rilevanza costituzionale con le esigenze di tutela della privacy e del diritto alla salute e alla vita, l’adozione di tecnologie che l’Italia possiede e che possono risolvere le delicatissime questioni sulla circolazione di armi per scongiurare che vadano in mano a soggetti non autorizzati dalle autorità competenti”.

Il problema, spiega Silvestroni che presenterà un’interrogazione a Speranza e Lamorgese, è “il decreto attuativo al Dl 204, che manca dal 2010. Si tratta di un decreto che avrebbe potuto evitare tanto dolore e tanta sofferenza. Quello che è successo ad Ardea non doveva accadere e non possono permettere che riaccada”.

Altra questione sul tappeto è la situazione sanitaria del killer di Ardea. Gli inquirenti confermano che l’ingegnere informatico era stato sottoposto a consulenza psichiatrica ma non era in cura per patologie psichiatriche.

“Non è emerso alcun contatto tra l’omicida e le sue vittimealcun rapporto di conoscenza tra gli stessi”, scrivono, in una nota congiunta, i Carabinieri del Comando provinciale di Roma e la Procura di Velletri in merito a quanto accaduto ieri ad Ardea.

“Sul conto dell’omicida, Andrea Pignani, figura solamente una lite in ambito familiare, verificatasi con la madre l’11 maggio 2020, che ha reso necessario l’intervento di una pattuglia di Carabinieri presso la loro abitazione di viale Colle Romito”.

In seguito a ciò, l’uomo era stato portato in ambulanza presso il Pronto Soccorso del Nuovo Ospedale dei Castelli di Ariccia “ove giungeva volontariamente nel pomeriggio stesso per “stato di agitazione psicomotoria” con codice azzurro, venendo sottoposto a consulenza psichiatrica, a seguito della quale veniva dimesso la mattina successiva con diagnosi di “stato di agitazionepaziente urgente differibile che necessita di trattamento non immediato. Si affida al padre”.

“Dagli accertamenti eseguiti non risultano ulteriori denunce o segnalazioni a suo carico – spiegano gli inquirenti – né che l’omicida fosse in cura per patologie di carattere psichiatrico né tantomeno che fosse in possesso di certificazione medica rilasciata da strutture sanitarie. Le attività di indagine svolte dai Carabinieri di Frascati e di Anzio, sotto la direzione della Procura della Repubblica di Velletri, proseguono, anche al fine di verificare eventuali responsabilità in ordine all’illecita detenzione dell’arma da sparo, per la quale non risulta sporta alcuna denuncia“.

C’è, infine, in ballo, la questione dei soccorsi. La nonna dei bimbi lamenta che siano arrivati tardi, addirittura dopo mezz’ora.

Una circostanza che, invece, il 118 nega.

“La prima telefonata di soccorso al 112 è delle ore 10:57,32, immediatamente è stata trasferita ai Carabinieri perché erano segnalati spari, e al 118. Ares 118 si è immediatamente allertata inviando subito la prima ambulanza con medico a bordo, che è giunta sul posto esattamente dopo 11 minuti dalla telefonata. Successivamente, sono giunti anche gli altri mezzi di soccorso. Nonostante i ripetuti tentativi di rianimazione effettuati la situazione si è subito presentata compromessa, stante i danni irreversibili provocati dai colpi d’arma da fuoco. I nostri operatori hanno fatto di tutto ma purtroppo il quadro era irrecuperabile. L’Azienda ha reso disponibile per il proprio personale impegnato nelle procedure di soccorso il servizio di psicologi del lavoro di cui dispone per aiutarli a superare l’importante stress derivante da un evento così tragico.”, spiega Ares 118.

 

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