I sindacalisti della magistratura si autoassolvono e cercano di rimettere le mani sulla politica giudiziaria

sabato 22 Maggio 20:37 - di Paolo Lami
anm _luca_palamara

L’idea di essere responsabili perlomeno in parte del disastro reputazionale che sta attraversando in questi mesi la magistratura non li sfiora minimamente e anzi i sindacalisti dell’Anm, l’associazione delle toghe, di cui Luca Palamara è stato il più giovane presidente per 4 anni, rivendicano il diritto di mettere le mani sulla politica giudiziaria spingendosi ad avvertire il potere politico che “la crisi che stiamo attraversando” non può divenire “il pretesto per regolare con la magistratura il finale di una partita che si aprì negli anni di Tangentopoli“.

Insomma è come se il comandante del Titanic avesse visto in tempo l’iceberg e, invece di schivarlo, avesse deciso di dare tutta manetta al motore per andarsi a infrangere il più velocemente possibile contro la montagna di ghiaccio galleggiante.

L’occasione per cercare di riposizionarsi al centro della scena politica accreditandosi come i soggetti migliori con i quali mettersi intorno a un tavolo per riformare la giustizia è il Comitato Direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati.

“Siamo funestati da scandali che si susseguono, e che fanno dire a molti commentatori che la magistratura è un corpo malato, l’intera Istituzione è inadeguata, necessita di riforme, radicali, che ne sovvertano l’attuale impianto”, la prende alla larga Giuseppe Santalucia, presidente dell’Anm, in apertura del Comitato direttivo centrale ma, su questo, avverte poi il capo dei sindacalisti in toga, da parte dell’Associazione nazionale magistrati non c’è “nessuna inerzia e nessuna distrazione”.

Quanto alle riforme che, a questo punto sono diventante irrinunciabili visto lo stato comatoso in cui versano tanto la magistratura quanto la Giustizia, ” l’Anm – secondo Santalucia – può e deve offrire in termini di qualificata esperienza e di elevata conoscenza dei problemi, in vista delle migliori soluzioni possibili. Queste, però, non possono prescindere dalla riaffermazione di alcuni principi costituzionali in tema di autonomia e di indipendenza dell’ordine giudiziario, pre-condizione di una riforma che voglia realmente risolvere i nodi. Su questo fronte abbiamo, come Anm – chiama a raccolta tutte le toghe il presidente – il dovere di una difesa convinta e tenace dell’assetto costituzionale, che non vuol dire arroccarsi su posizioni di conservazione ma predisporsi alle riforme della giustizia nell’unico modo in cui esse potranno giovare al bene comune”.
Finora, evidentemente, di quel bene comune certa magistratura non se ne era accorta.

“Le riforme, anche se buone sulla carta, potranno avere successo soltanto a condizione che i magistrati e tutti gli operatori della giustizia, ossia quanti quelle riforme dovranno far vivere e inverare – dice Santalucia – siano considerati e trattati come attori del cambiamento e non come passivi destinatari di soluzioni infine calate sulle loro teste“.

Poi la stoccata ai media che criticano la magistratura. E l’invito a sottrarsi ai dibattiti pubblici. “In questo contesto, che vede la magistratura e la magistratura associata chiamate in causa con un pregiudiziale fardello di responsabilità, molte soltanto presunte, si verifica che l’atteggiamento dell’Anm venga percepito come quello di un soggetto stordito, colpito talmente forte da non saper imbastire una reazione, timido e incerto quando pure fa sentire la sua voce”, ha rilevato Santalucia.

Alcune testate giornalistiche e alcune trasmissioni televisive privilegiano la lettura scandalistica, preferiscono scovare la trama dell’intrigo torbido e dell’intreccio occulto di interessi e di affari, il rapporto obliquo con settori del mondo politico, i tratti allarmanti del potere deviato. Credo sia un bene, anzitutto d’immagine, che in quei momenti l’Anm non ci sia”.

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