Così Elemire Zolla profetizzò il triste declino della cultura umanistica

mercoledì 26 Maggio 14:53 - di Massimo Pedroni

A volte, ci si imbatte in letture di pagine che sembrano appena scritte. Fresche di giornata, per così dire. Contenuti e analisi sviluppate, che paiono veramente pertinenti a considerazioni inerenti ai vortici della nostra contemporaneità. Ben presto, ci si rende conto che il libro che stiamo sfogliando ha più di cinquant’anni. Un piccolo scrigno di lungimiranza. Abbiamo così modo di assaporare, con una sensazione di lieta sorpresa, le acute capacità premonitrici dell’autore del testo. L’allora poco più che trentenne Elemire Zolla nel 1959 pubblica, “Eclissi dell’intellettuale”. Libro che destò molto scalpore, del quale Eugenio Montale parlò, in termini elogiativi. Riferendosi all’autore scrisse: “Uno stoico che onora la ragione umana e che sente la dignità della vita come un supremo bene”. In esso, tra l’altro, si muovevano aspre e preoccupate valutazioni sul destino della cultura umanistica, e su quello della lingua italiana. “… in perfetta armonia con la tendenza dei tempi la quale però vuole altro ancora: oltre il latino si abolisca l’italiano, perfettamente sostituibile con il particolare italiano richiesto dalla qualifica lavorativa: il gergo tecnico, la corrispondenza commerciale, la tecnica pubblicitaria”.

Le “profezie” di Elemire Zolla 

Non solo di questo trattava in quel libro il giovane pensatore. Era una visione la sua, corrosiva di tutti i Totem e dei molti Tabù, che facevano, a suo modo di vedere, le “mosche cocchiere” del dilagare della modernità. Fattore, questo che secondo l’autore, era un elemento di alterazione della natura dell’uomo, che andava a disarticolarne le prospettive di vita armonica con l’esistente e organica con il trascendente.  Da questi presupposti culturali, l’autore sviluppava critiche serratissime alla società di massa, e a uno dei perni fondanti di essa la televisione. “Fra i luoghi comuni che ci infestano è l’affermazione: l’industria e il macchinismo possono si danneggiare lo spirito ma ciò dipende solo dal loro cattivo uso”. Il testo, profetizza scenari che con tempistiche e modalità, di fatto nel corso di questi anni, hanno avuto modo di realizzarsi. I detrattori, di Zolla, ebbero facile gioco a bollarlo come “apocalittico”.

Progetto editoriale internazionale

Lo scrittore e saggista nacque a Torino il 9 luglio del 1926. Il clima della famiglia d’origine era cosmopolita. Lui stesso, trascorse l’infanzia tra Parigi, Londra e Torino. Spostamenti motivati il più delle volte da necessità professionali del padre e della madre. Il primo Venanzio Zolla, pittore. La madre, Blanche Smith, musicista di origine britannica. In linea con la tradizione familiare, sviluppò contatti e progetti culturali di altissimo livello internazionale. Basti pensare agli illustri collaboratori italiani ed esteri che riuscì a coinvolgere nella iniziativa editoriale da lui promossa nel 1969 “Conoscenza religiosa”. Ricordiamo: Jorge Louis Borges, e il futuro Premio Nobel Eugenio Montale. La poetessa Cristina Campo, che inseguiva il mito della “perfezione” in letteratura, anche lei come Guido Ceronetti prefatore del suo libro più noto “Gli imperdonabili”, furono preziosi partecipanti a quel progetto.

Elemire Zolla, il sodalizio con Cristina Campo

Ma con l’autrice di “Gli imperdonabili”, Zolla tra le altre cose aveva un debito di riconoscenza. Di fatto lo storico delle religioni nel 1962 ebbe una grave ricaduta per dei problemi polmonari, connessi alla tisi male che lo affliggeva. Cristina Campo, lo portò a casa dei suoi genitori. In quell’ambiente Zolla fu ospitato e curato fino alla guarigione. Il sodalizio umano che sbocciò fra loro, fu nutrito anche dalla sensibilità che condividevano. Si atteggiavano, in modo incuriosito e interrogativo nei confronti dell’esistenza. Un porsi domande continuo e incandescente, che costituì un ottimo cemento del rapporto tra loro. Il quale, si protrasse fino alla dipartita di lei nel gennaio del 1977. L’intellettuale torinese, compiva operazioni di consultazioni e ricerche in campi, trascurati o volutamente completamente dimenticati dal comune sentire culturale occidentale. Modalità, saperi, e concezioni del mondo, accantonate dal trionfo della Rivoluzione Francese in poi.

“Che cos’è la tradizione”

L’orecchio, e il cuore dell’Uomo, doveva ascoltare solo i ritmi meccanici della produzione e quelli della sua Dama di compagnia la tecnica, in una cornice culturale, dalla quale il “mistero” e “l’inspiegabile” venivano derubricati a superstizioni. In pubblicazioni, dal valore notevolissimo, per la ricchezza degli scenari prospettati, l’autore, riproponeva “la Tradizione”. come elemento stabilizzante, dal vigore di forza permanente, confronto ai percorsi intrapresi dalla modernità. A supporto di questa vera e propria rivoluzione Copernicana, dell’humus culturale nel quale si trovava a operare, elaborò opere in tal senso Illuminanti: “Che cos’è la tradizione”,   ”Tre discorsi metafisici”, “La filosofia perenne” e  “Mistici dell’Occidente”. L’incontro tra le tradizioni d’Oriente e la tradizione d’Occidente, era costante oggetto delle sue spiazzanti riflessioni. Un’aspirazione al sincretismo, faceva più che “capolino”, dalle sue opere.  “Morbosa è, anzitutto, nella psicoanalisi volgare, la mancanza della esistenza dell’uomo normale, l’assenza cioè di un centro, e ancor più morbosa la rude teoria che vuole sano colui che non abbia atteggiamenti critici verso la società in cui vive”.

La polemica contro la psicoanalisi

Un’ altra urticante puntualizzazione, che l’uomo di sapere rivolgeva  a approcci sciatti alla seria e oltremodo complessa disciplina della psicoanalisi. Zolla ebbe anche incarichi come docente universitario. Il primo fu all’Università di Roma, in Lingua e Letteratura angloamericana, successivamente all’Università di Catania, di Genova, e infine nuovamente a Roma nel 1974. L’edificio, concettuale costruito dal Tradizionalista di Torino, non poteva che collocarlo di fatto, fuori dal cerchio degli ottimati dal progresso perfetto. Questo lo rendeva consapevole e fiero, delle posizioni assunte e da lui ritenute necessarie. La posta in gioco era veramente grande: “Alla radice dell’Occidente c’è una tradizione spirituale celata, concepita dai fondatori originari delle nostre scienze, ma poi travisata e scancellata con cura, sicché ben pochi ne conoscono oramai i nomi stessi, salvo i rarissimi che sappiano di avere in tasca la storia delle stelle e di poter andare in direzione del futuro soltanto guardando il passato”.

Tutte posizioni, le sue, nette e chiare, quanto complesse e difficili da assimilare. Comunque, platealmente dissonanti, e stigmatizzate dall’essere nettamente minoritarie. Cosa che non lo infastidiva minimamente perché: “Colui che si disperde nella moltitudine ne torna crivellato di ferite”. E questo si può patire solo, per affermare concezioni del mondo, necessarie, ultime, che si reputano inderogabili. Il 29 maggio 2002, ci lasciò dalla sua casa di Montepulciano. Dove aveva scelto di ritirarsi da qualche anno.

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