C’è un italiano prigioniero in Sudan. Per lui niente 007 o appelli come per Silvia Romano. Perché?

lunedì 24 Maggio 16:09 - di Martino Della Costa
imprenditore prigioniero in Sudan

Due pesi, due misure. Quelle scattate evidentemente per l‘imprenditore italiano prigioniero in Sudan. Sul cui drammatico caso oggi riferisce La Verità, che impegna addirittura il direttore Maurizio Belpietro in una doverosa ricostruzione dei fatti. O meglio, del dramma che ha stravolto, nel silenzio dei più, la vita di un uomo d’affari veneto. Il quale, non potendo vantare al suo attivo conoscenze influenti, è rimasto intrappolato nelle maglie di una situazione kafkiana. Una vicenda che ha ulteriormente aumentato la sua portata di orrore nel momento in cui l’intermediario degli affari in corso è stato rinvenuto cadavere nel Nilo. Deceduto, secondo la versione ufficiale che La Verità riporta, durante un’immersione…

Imprenditore prigioniero in Sudan, lo strano caso di cui non si parla…

Ma partiamo dal principio di questa storia dai risvolti drammatici. La storia che racconta il quotidiano diretto da Belpietro è quella di Marco: un imprenditore veneto che da quasi due mesi è detenuto nelle prigioni di Khartum. Capitale del Sudan, repubblica arabo-africana attraversata dal Nilo e che si affaccia sul Mar rosso. Marco, come spiega il servizio del quotidiano citato, è «il nome dell’uomo di cui su richiesta della famiglia evitiamo di citare il cognome. Un piccolo industriale che produce trasformatori elettrici. Tempo fa, tramite un intermediario, ha avuto l’occasione di vendere alcuni sistemi fabbricati dalla propria azienda a una società sudanese». Nulla di strano o di diverso da quanto la realtà dei commerci ci ha insegnato a recepire in questi anni di globalizzazione. E di crisi. Anni in cui i rapporti si estendono anche ad aree del mondo solitamente considerate a rischio. Ma aperte comunque a scambi e affari imprenditoriali.

Imprenditore in carcere in Sudan, uno strano “giallo” dai contorni kafkiani

A quanto risulta a Belpietro, peraltro, pare che il viaggio non risultasse nemmeno necessario, almeno in prima istanza, perché a rivolgersi alla piccola impresa veneta  avrebbe provveduto direttamente la controparte sudanese, attraverso un’azienda statale interessata ai dispositivi elettrici fabbricati nel capannone della fabbrica italiana. Insomma, affare stipulato e concluso senza neppure doversi recare in loco. Peccato che però, a un certo punto da Khartum si siano lamentati per il malfunzionamento dei trasformatori, inducendo l’imprenditore veneto a cercare di risolvere il problema, e dunque a decollare verso la capitale del Sudan. Dove, una volta atterrato, ricostruisce La Verità, le autorità del posto hanno provveduto a sbattere Marco «in prigione, costretto a dormire per terra e a mangiare una volta al giorno ciò che il padre e l’ambasciata riescono a fargli pervenire dietro le sbarre».

Rapimento e riscatto: questa la possibile causa della carcerazione?

Da quel momento in poi le cose non fanno che andare peggio. Prima a causa della morte misteriosa dell’intermediario con cui Marco aveva trattato l’affare, come anticipato in apertura, rinvenuto privo di vita nelle acque del Nilo. Poi, con il fermo dell’imprenditore venero che, come ha svelato Il Gazzettino che ha denunciato il caso, ha tutti i contorni del giallo. Specie nella misura in cui, come spiega il quotidiano locale che ha portato alla ribalta il caso, dietro tutta la vicenda si celi in realtà il l tentativo di ottenere dalla famiglia dell’imprenditore, che ha 46 anni, un riscatto di alcune centinaia di migliaia di euro. Ipotesi? Qualcosa di più secondo quanto riferisce La Verità che, soffermandosi sull’intricato giallo, riferisce: «Il capo di una milizia locale vorrebbe arricchirsi con i soldi del piccolo imprenditore e richiederebbe il pagamento di 700.000 euro per restituire ai famigliari il loro caro. Minacciando, nel caso non siano esaudite le richieste, di condannare lo sfortunato imprenditore a una fine tipo quella di Giulio Regeni, lo studente friulano rapito e torturato dalla polizia egiziana».

Similitudini e divergenze col caso Regeni

Certo, le diversità tra i due misteri non sono poche. Anche perché qui, come sottolinea Belpietro nel suo servizio, non c’entrano i servizi segreti e neppure le trame del regime di Al Sisi. Con la vicenda dell’imprenditore venero imprigionato abbiamo infatti a che fare con la fornitura di apparecchiature elettriche, una delle migliaia di operazioni commerciali con l’estero che i nostri imprenditori fanno nel disperato tentativo di sopravvivere alla crisi della propria impresa, come della propria famiglia, oltre che del Pil dell’Italia. E allora? Quello che salta agli occhi in questa drammatica storia di un piccolo imprenditore incappato in una vicenda più grande di lui è il ricatto. Quello ordito e millantato a danno di una persona che, come si evince dal quotidiano di Venezia che ha dato risalto alle sue vicissitudini. E come rimarca La Verità, è un caso di cui «non si interessa nessuno».

Marco non può vantare al momento la protezione andata a Silvia Romano o alle due Simone

La vicenda di Marco, infatti, purtroppo non si apparenta a quella delle varie Silvia Romano. O delle due Simona. O dei tanti volontari, benefattori e filantropi incappati nelle maglie di terroristi o bande criminali locali a caccia di denaro e visibilità. Ostaggi nelle mani di tagliagola che hanno potuto beneficiare nel corso del tempo di aiuti diplomatici. Interventi degli 007 e interessamento di figure istituzionali scese in campo in prima persona pur di evitare il peggio. Un peggio spesso evitato, o almeno il sospetto è comunque insistente, anche mettendo mani al portafoglio di casa nostra. No, la storia di Marco, non è paragonabile a quella dei tanti idealisti, nostri connazionali, partiti alla volta della aree più disagiate e pericolose del mondo, per offrire aiuto umanitario o la verità di quei posti al resto del pianeta. Missioni a rischio che, come la storia della nostra cronaca recente dimostra, sono costate la vita a vari funzionari dello Stato che hanno sacrificato tutto pur di riportare a casa gli ostaggi.

Marco, imprenditore prigioniero in Sudan e ostaggio del silenzio istituzionale

No, la storia di Marco viaggia su binari paralleli che, come la geometria insegna, non intersecano quelli dei giovani di belle speranze partiti con l’ambizioso progetto di cambiare il mondo. Binari paralleli che sembrano non intercettare neppure quelli delle tante forze di cui un Paese dispone per riportare a casa i nostri connazionali abbandonati alla prigionia e al silenzio, mediatico e istituzionale. Per questo, l’augurio è che il governo Draghi si accorga di Marco e di tutti quelli come lui. Anche perché, in un momento in cui si sta tentando di aiutare i piccoli e medi imprenditori ad uscire dalla morsa della crisi che il Covid ha endemizzato, l’indifferenza nei confronti di un imprenditore imprigionato in Sudan e abbandonato al suo destino, non rappresenterebbe un messaggio positivo. Né per gli imprenditori di casa nostra. Né per gli italiani tutti che cercano di sopravvivere alle difficoltà. Sopravvivere, appunto: questo deve essere il primo obiettivo in vista…

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