Terroristi rossi, Calabresi intervista la mamma: “Non gioisco, sogno ancora che me lo ammazzano…”

giovedì 29 Aprile 9:22 - di Monica Pucci

Parla il figlio del commissario Calabresi, Mario: “Sono passati 49 anni. Io avevo due anni e mezzo e tu ne avevi 25, se uno pensa a 50 anni, mezzo secolo, dovrebbero essere cose molto lontane nella memoria, quasi dimenticate. E invece….”. Risponde la moglie del poliziotto ucciso dai killer di Lotta Continua, Gemma Capra Calabresi: “A me viene da dire che sono 50 anni che lui non c’è più. Cinquant’ anni che comunque manca, che mi manca”. Inizia così lo struggente dialogo a due, su “Repubblica”, tra il figlio e la moglie del commissario Calabresi, il giorno dopo l’arresto, in Francia, di Giorgio Pietrostefani, uno dei mandanti dell’omicidio, latitante da anni in Francia grazie alla cosiddetta “dottrina Mitterand”.

Mario e Gemma Calabresi, 50 anni dopo

Mario: “Lui era tuo marito, Luigi Calabresi, commissario di polizia, che venne ucciso il 17 maggio del 1972 sotto casa. Non ti richiedo di raccontare quel tempo, tutto quello che ci fu prima, la campagna di stampa, come vivevate voi, braccati, nascondendovi. Però ti chiedo che cosa ti è rimasto 49 anni dopo?”. Gemma: “Ogni 17 maggio alle nove e un quarto, io guardo l’ora e dico ‘ecco, adesso”. Mario: “Adesso esce di casa”. Gemma: “Adesso esce di casa, adesso lo uccidono. Credo di non aver saltato mai neanche un anno, di stare lì ad aspettare quell’attimo…”. Poi c’è quel sogno ricorrente: “Sogno che lui viene ucciso. Per esempio, l’ultimo: siamo al ristorante e si sente tipo un boato in lontananza e io dico ‘è una bomba, scappiamo’ e lui dice ‘ma no, ma stai tranquilla, aspetta’. Poi, a un certo punto, io so che sono fuori, all’aperto, come se fossi scappata e c’è un altro boato forte, una bomba che distrugge tutto e lui muore. Oppure noi scappiamo, siamo rincorsi, però già sappiamo che lui non ce la farà…”.

Il perdono che prima o poi arrriverà

Mario Calabresi chiede poi alla mamma che cosa abbia provato, ieri, alla notizia della retata di terroristi, in Francia, tra cui Pietrostefani. “Oggi non mi sento né di gioire né di inveire contro di loro, assolutamente. Non voglio illudermi ma penso che sarebbe il momento giusto per restituire un po’ di verità. Sarebbe importante che a questo punto delle loro vite trovassero finalmente un po’ di coraggio per darci quei tasselli mancanti al puzzle. Io ho fatto il mio cammino e li ho perdonati e sono in pace. Adesso sarebbe il loro turno…”.

La sorpresa del figlio del commissario

”Confesso di essere rimasto sorpreso. Se n’era parlato molto negli ultimi due anni, ma non pensavo che sarebbe mai accaduto. Ho sempre trovato odioso e grave che la Francia non rispettasse le sentenze italiane”. Per Calabresi la dottrina Mitterand, che ricorda ”prevedeva di dare asilo a chi non aveva le mani sporche di sangue”, ”per una volta è stata invece applicata alla lettera, ristabilendo così un principio fondamentale ignorato per quasi quarant’anni. Ieri tra Italia e Francia è stata scritta una pagina importantissima per il rispetto delle verità storica e giudiziaria del nostro Paese”. Detto questo sul piano personale ”come mia madre e i miei fratelli, non riesco a provare alcuna soddisfazione. L’idea che un uomo anziano e molto malato vada in galera non è di alcun risarcimento per noi”.

In generale ”credo che queste persone ci debbano qualcosa. Ci devono pezzi di verità. Sono uomini e donne che hanno partecipato a delitti che hanno segnato la storia di questo Paese. Ci mancano ancora dettagli, e soprattutto le loro voci per ricostruire quei fatti così tragici. Penso che dovrebbero assumersi le loro responsabilità”. Se lo facessero ”sarei il primo o a chiedere un gesto di clemenza nei loro confronti. Credo che oggi raggiungere una verità definitiva abbia molto più valore che tenere quelle persone in galera per il resto della loro vita”.

 

 

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