Strage di Bologna, il presidente della Corte d’Assise, Leoni: mai minacciato dal cronista del Secolo

lunedì 12 Aprile 20:05 - di Redazione

Il presidente della Corte d’Assise di Bologna Michele Leoni (al centro, nella foto) “ha precisato di non essersi sentito molestato, e di conseguenza neanche minacciato, dalla telefonata fattagli” il 18 ottobre 2019 dal cronista del Secolo d’Italia Silvio Leoni.

È lo stesso pubblico ministero di Ancona, Irene Bilotta, che a novembre 2019 aveva aperto l’indagine contro il giornalista del Secolo, difeso dagli avvocati Paolo Palleschi e Valerio Cutonilli, a scriverlo nella richiesta di archiviazione, poi accolta dal gip Carlo Masini, per il cronista finito inizialmente indagato per minacce aggravate e accesso abusivo ad un sistema informatico – con tanto di perquisizione e sequestro del cellulare – dopo aver telefonato al presidente della Corte d’Assise di Bologna Leoni chiedendogli un‘intervista sul processo riguardante la strage di Bologna.

Una vicenda kafkiana e che si è inspiegabilmente avvitata su sè stessa. Iniziata a novembre 2019 si è conclusa solo ora, dopo 1 anno e 5 mesi, con l’archiviazione. Ma senza spiegazioni. Come è possibile che la questione si sia trascinata fino ad oggi quando è stato subito chiaro che il cronista del Secolo si era limitato a rivolgere solo qualche domanda al magistrato?

Il giudice Leoni, si legge nel provvedimento firmato dalla Bilotta, costretta ora a fare marcia indietro, assunto a sommarie informazioni “ha invece richiamato l’attenzione sul reato di cui all’art. 167 del d.lgs. n. 196 del 2003 (trattamento illecito di dati, ndr), a suo parere integrato per la rivelazione del suo numero di telefono cellulare, che teneva riservato a conoscenti ed amici, e che invece era stato utilizzato dal giornalista per contattarlo“.

Su questo fronte il pubblico ministero Bilotta spiega di aver “disposto molteplici attività volte ad identificare chi possa avere fornito il numero di cellulare al giornalista, ed anche a verificare se il giornalista io abbia a sua volta diffuso nella sua cerchia di conoscenti“, sottolineando che “dalle approfondite ricerche, svolte anche sul telefono cellulare del giornalista, non è emerso alcun elemento per identificare chi gli ha fornito il numero, né su di un’eventuale diffusione dello stesso numero ai suoi contatti”.

Da qui la richiesta di archiviazione accolta dal gip anconetano.

Restano, tuttavia, ancora molti punti oscuri da chiarire sulla genesi dell’indagine. E sui quali gli ispettori del ministero di Grazia e Giustizia potrebbero fare piena luce, come richiesto dal deputato di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone, fondatore dell’Intergruppo parlamentare “La Verità oltre il segreto”.

Intanto la mancanza di querela per i reati contestati inizialmente dal pubblico ministero Bilotta al giornalista del Secolo, reati che sono improcedibili d’ufficio. Un aspetto che il legale del giornalista, Paolo Palleschi, non aveva mancato di far rilevare al magistrato anconetano. Che aveva, invece, proseguito per la sua strada ignorando i rilievi del legale.

Il presidente della Corte d’Assise di Bologna, Michele Leoni aveva infatti sporto denuncia contro ignoti per danneggiamenti, in quanto, circa un mese prima di ricevere la telefonata del giornalista del Secolo, aveva trovato danneggiato lo specchietto della sua auto, parcheggiata in una strada del capoluogo felsineo.

Con una mossa tuttora incomprensibile è mai spiegata la pm anconetana Irene Bilotta aveva iscritto il giornalista Silvio nel registro degli indagati disponendone perquisizione e sequestro del cellulare.

Non solo. I reati contestati dalla Bilotta al giornalista del Secolo prevedevano, avevano fatto notare i legali del giornalista, la competenza territoriale della Procura di Roma ma la pm aveva rifiutato di spogliarsi dell’indagine che non competeva territorialmente alla Procura di Ancona.

Il Tribunale del Riesame, al quale l’avvocato Palleschi si era rivolto, aveva accolto il ricorso dell’indagato e disposto immediatamente il dissequestro del cellulare del giornalista disponendone la restituzione. Ma la pm, nel giro di mezz’ora, aveva nuovamente disposto il sequestro del cellulare del cronista del Secolo modificando i capi di imputazione e, addirittura, aggravandoli con la contestazione, fra l’altro, del reato di attentato a un corpo politico, amministrativo o giudiziario.

E, tramite un perito esperto in Forensic mobile aveva acquisito tutto il contenuto del cellulare del cronista compresa la rubrica telefonica con oltre 2.000 contatti, in violazione di quanto disposto dalla Cassazione con una celebre sentenza. Che pone limiti ben più  stringenti in tema di sequestro di cellulari ai giornalisti.

Ma c’è un quarto aspetto ancora da chiarire sulla vicenda. E riguarda l’indagine affidata dalla pm alla Digos che avrebbe dovuto affiancare il perito informatico della Procura per verificare se il cronista del Secolo avesse rapporti con l’eversione di destra.

Nella richiesta di archiviazione firmata dalla pm Bilotta questo aspetto non è citato neanche di striscio. L’indagine è stata fatta? E quali risultati ha prodotto? E, soprattutto, i dati del cellulare acquisiti in contrasto con i principi di diritto posti dalla Cassazione, che fine hanno fatto? Forse potrebbero chiarirlo, assieme a tutte le altre stranezze, gli ispettori del ministero della Giustizia.

“Nella sua gravità, questa vicenda, per certi versi grottesca, ha portato all’attenzione la questione della libertà di stampa e del diritto-dovere del giornalista ad informare e di come deve rapportarsi il giornalista con i magistrati – osserva l’avvocato Palleschi. – Si è stabilito, quindi, che il giornalista corretto, accorto, oltreché professionale ed educato, nel tentare di intervistare un magistrato in relazione a vicende processuali che riscuotono l‘attenzione dei media non commette alcun reato, tantomeno il reato di attentato a un corpo politico, amministrativo o giudiziario, cioè i reati contestati dal pm Bilotta al giornalista del Secolo“.

“Questa ipotesi che aveva, in maniera azzardata, elaborato la dottoressa Bilotta, cioè che la semplice telefonata e il tentativo di un giornalista  intervistare il magistrato, presidente di Corte d’Assise, potesse integrare il reato, molto grave, che prevede pene superiori anche ai cinque anni di reclusione, tale per cui può essere adottata la misura cautelare del carcere, ebbene – conclude soddisfatto il noto penalista romano – questa ipotesi è stata smentita. Questo è certamente importante. E supera la singolarità della vicenda, potendosi applicare a tutta una serie indeterminata di casi in cui emerge il rapporto fra i media, i giornalisti, il loro diritto di cronaca, il loro diritto di informarsi e di informare l’opinione pubblica e i magistrati. Che, chiaramente, hanno un’obbligo di riservatezza, il segreto d’ufficio e professionale“.

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