Radio University. La Russa: «Chiudere? Scelta politica». E Bassetti fa il quadro della situazione

lunedì 12 Aprile 17:03 - di Camilla Bianca Mattioli

«La chiusura delle attività è una scelta politica». Sono le parole di Ignazio La Russa durante la trasmissione Radio University di domenica 11 aprile. «Le chiusure non sono state determinate da precise indicazioni scientifiche ma dal governo Conte II e ora dal governo Draghi». Questa scelta non si è abbattuta su certi tipi di trasporto. «Prendiamo ad esempio l’Alitalia. Ha ridotto il numero dei voli, il personale è in cassa integrazione e i passeggeri viaggiano spalla a spalla, a 20 cm l’uno dall’altro, per una o due ore, in un ambiente chiuso. Per non parlare dei mezzi pubblici, disastrati e sovraffollati, nonostante la proposta di Fratelli d’Italia, di utilizzare mezzi privati al servizio del pubblico».

A Radio University le contraddizioni del governo

Ciò che fa sorridere è che ad un certo punto erano aperte le toilettature per cani ma erano chiusi i parrucchieri. Oltre al danno, la beffa per l’esercito delle partite Iva, in quanto i “sostegni” stanno tra il 6 e l’8% dei danni subìti in questo anno. «Qual è la situazione in cui versano commercianti, ristoratori e imprenditori?», chiede La Russa. «Il comparto del commercio, insieme al turismo, è quello che più ha subito gli effetti negativi dal punto di vista economico e sociale rispetto alla pandemia», afferma Marco Osnato, responsabile del dipartimento commercio per FdI. «Se un anno fa, si poteva comprendere, giustificare le chiusure indiscriminate, per evitare il diffondersi dei contagi, oggi siamo più perplessi. Sappiamo come opera il virus, di quali sono le precauzioni da utilizzare per evitare che i contagi diventino eccessivi. Conosciamo i protocolli da utilizzare, tant’è vero che tramite il Comitato tecnico scientifico molti di questi protocolli furono siglati tra le organizzazioni del mondo del commercio ed il governo stesso. E hanno funzionato per un breve periodo. Poi si è deciso di tornare a chiusure eccessive, anche non richieste dai tecnici in questione».

La durata dell’immunità

La necessità di riaprire e tornare alla normalità. È la questione che Ignazio La Russa, sempre a Radio University, pone all’immunologo Matteo Bassetti. Il quale fornisce un primo dato positivo, ovvero che dopo un picco dell’epidemia, nelle scorse settimane, stiamo entrando in una lenta discesa. Il rapporto ingressi- uscite dei pazienti dagli ospedali, infatti, è a favore delle uscite. Ogni onda epidemica ha un inizio ed una fine, dalle 4 minimo alle 8 settimane massimo, a prescindere dagli interventi che vengono fatti. L’inizio è stato intorno al 20 febbraio, pertanto ora siamo in una fase calante. «L’immunità non dura a lungo», afferma Bassetti, «pertanto il soggetto potrà sottoporti al vaccino passati tre mesi dalla negativizzazione del tampone. Se si ha avuto il Covid a novembre ci si potrà vaccinare a marzo».Perché 3 mesi e non 6 mesi? «Dall’esperienza americana è consigliato sottoporsi a vaccino dopo 3 mesi dalla contrazione della negativizzazione alla malattia».

Il nodo degli anticorpi e del vaccino

«Non sarebbe opportuna la verifica degli anticorpi?», dice La Russa. «Sottoporsi ad esame sierologico è utile, ma non deve essere un imperativo», spiega Bassetti. «Inizialmente Ema aveva detto che vaccino andava bene dai 16 anni in poi, dopodiché Aifa ha sostenuto che andava bene solo a chi aveva meno di 55 anni poiché nella sperimentazione che ha portato alla registrazione del vaccino, vi erano pochi soggetti al di sopra dei 55 anni. Sicuramente c’è una grande confusione attualmente. Anche Aifa ha contribuito ad alimentarla. Il vaccino è ormai compromesso agli occhi dell’opinione pubblica per quanto concerne la sua credibilità scientifica».

Il rebus di AstraZeneca a Radio University

Ignazio La Russa, avendo compiuto 70 anni, non da molto ma compiuti, è stato contattato per fissare l’appuntamento e sottoporsi al vaccino. «È corretto non sapere quale vaccino mi faranno? C’è maggiore rischio con AstraZeneca?». Le risposte di Bassetti sono chiarificatrici: «sSarebbe corretto sapere, in anticipo, quale vaccino ci sarà destinato. Ma allo stesso tempo, nella storia delle vaccinazioni nessuno si è mai posto il problema sul vaccino influenzale. Pertanto da una parte sarebbe giusto che lo decidesse il medico o chi in quel momento decide la campagna vaccinale, dall’altra sarebbe corretto far sapere a che vaccino ti sottoporrai». Poi aggiunge: «Su Astrazeneca c’è stato un disastro comunicativo, errori da parte dell’Aifa, da parte dell’Ema,.Ma anche da parte dell’azienda stessa che avrebbe dovuto metterci di più la faccia, segnalando maggiormente i rischi.

Bisogna aprire in sicurezza

Marco Osnato torna al nodo della riapertura delle attività. Il vero problema, risponde Bassetti, «è aprire in sicurezza, regolamentare in maniera rigorosa le attività. Bisogna evitare che la gente faccia quello che faceva prima nel ristorante a casa o per strada. Ha più senso avere un ristorante con misure rigorose (mascherine, igiene, orari prestabiliti ecc..)  o mettere 30 ragazzi a casa che si mangiano la pizza o nella piazza di un paese a comprarsi le birre al supermercato? Questa è ipocrisia italica, chiudiamo un ristorante ma alla fine la gente continua a fare quello che vuole» Bisogna cercare «di cambiare la testa, bisogna essere più realisti». Questo vale anche per la scuola. «Sedersi al banco e fare lezione non è un rischio. Pericoloso è tutto ciò che c’è intorno, come i mezzi di trasporto sovraffollati negli orari di punta».

Il protocollo delle terapie domiciliari

Walter Jeder denuncia la vacuità dei decisori politici e dei decisori sanitari nonché la mancanza di un protocollo di terapie domiciliari. Bassetti conferma che le regioni hanno dei protocolli indicativi su quali farmaci usare, quando e come usarli. «Se come protocollo di cure domiciliari si intende la collaborazione tra i medici di medicina generale e l’ospedale a trovare i farmaci migliori da suggerire, dopo aver visitato i malati, siamo tutti d’accordo. Ma se s’intende un protocollo come comprare un libro di ricette, questo è quanto più lontano dalla medicina che ci sia». Il professore è nemico dell’approccio delle cure domiciliari come strumento in mano al paziente per auto curarsi, che ha portato numerose persone alle terapie intensive, fino alla morte.

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