Il fantasma di Palazzo Chigi: Draghi media troppo e decide poco. Se c’è, batta un colpo

martedì 6 Aprile 17:49 - di Lando Chiarini
Draghi

Uno spettro s’aggira nelle stanze di Palazzo Chigi: quello di Mario DraghiMarx ed Engels ci perdoneranno se prendiamo in prestito l’incipit del Manifesto comunista, ma non ce ne veniva in mente un altro per descrivere l’insostenibile impalpabilità del premier più preventivamente stimato dagli italiani. Sondaggi in calo e difficoltà crescenti lo testimoniano. Più ancora, le tensioni di queste ore davanti a Montecitorio. A Napoli avrebbero già intonato il celebre addò sta Zazà? Ora se lo chiede l’Italia intera: dove sta SuperMario? E dire che era partito col turbo, almeno nel gradimento popolare. Persino il suo silenzio era d’oro. L’overdose di stima preventiva imponeva di decrittarlo come operoso. Come a dire, finalmente un uomo di fatti dopo tante ciance a vuoto.

Draghi in continuità con 70 anni di liturgie Dc

Ma ora che sono proprio i fatti a latitare, è tempo di chiedersi se rimettere in sesto l’Italia non si stia rivelando impresa proibitiva anche per Draghi. O se non stia solo per arrivargli il conto del sempiterno provvidenzialismo degli italiani. Sia come sia, è innegabile che da uno come lui era lecito attendersi ben altro piglio e cipiglio. L’oppositrice Giorgia Meloni non perde occasione per rimarcarne la continuità con Conte. Sarà. In realtà, sembra in continuità con oltre settant’anni di liturgie a base di mediazioni, rinvii, cabine di regie, commissioni di studio e gruppi di lavoro che fanno del nostro Paese l’unica succursale di Bisanzio ancora attiva. Nessuno sa “chi” fa “cosa”.

Delusione crescente tra gli italiani

E il virus lo ha dimostrato più di ogni altra cosa: le Regioni battibeccano su tutto, nonostante una recente sentenza della Consulta abbia stabilito che la pandemia non è affar loro ma dello Stato. E così tutti hanno pensato: “Ecco ora arriva Draghi e finisce la ricreazione“. Sbagliato, continua: come prima, più di prima. Idem con i partiti. La tensione tra grillini e renziani ha spezzato la corda che reggeva Conte: crisi di governo. Mattarella ha preso in mano la situazione, si è appellato al Parlamento e incaricato Draghi. E ancora tutti a pensare: “Finalmente un decisionista”. Sbagliato. In pochi giorni il Pd di Letta ha aperto quattro fronti: voto ai 16enni, più donne in carriera, legge sull’omotransfobia e ius soli per gli stranieri. Alla faccia delle terapie intensive al collasso e delle partite Iva allo stremo.

Troppo ostaggio dei partiti

Ma il brutto è che il premier invece di prenderli a calci nel sedere, li sta pure a sentire. A conferma che il governo delle nazioni è un’arte che ha bisogno di lungo apprendistato. Certo, Draghi non è il primo né sarà l’ultimo “salvatore della patria” costretto ad atterraggi di fortuna sul gibboso terreno della politica. Capitò anche al Duca di Wellington, lo stratega che aveva definitivamente sconfitto Napoleone. «Sono entrato per dare ordini e ho ricevuto consigli», disse al termine del suo debutto come primo ministro di Sua Maestà britannica. Infatti lo ricordiamo più per aver combattuto a Waterloo che per aver soggiornato al 10 di Downing Street. Come lui, anche il Draghi politico rischia l’oblio. Sempre che il suo fantasma non batta finalmente un colpo.

 

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