Dopo il Covid ci salverà la bellezza degli ospedali? La sfida del “rinascimento” di Piano va raccolta

mercoledì 7 Aprile 19:38 - di Mario Bozzi Sentieri

Parlare di ospedali, interrogandosi sul senso della bellezza in questi tempi resi complicati dalla pandemia: è  l’idea/provocazione lanciata da Renzo Piano, in un’intervista pubblicata da “La Stampa”. L’Architetto genovese va ben oltre il luogo-simbolo del disastro pandemico. Impegnato a realizzare ben sei nosocomi (tre in Grecia, uno in Uganda, uno a Bologna e uno, il più grande mai progettato in Francia, nella banlieu a nord di Parigi) Piano li collega all’Idea di un nuovo Rinascimento, in grado di coniugare bellezza e scienza, estetica ed ecosostenibilità, accoglienza e funzionalità.

Quella di Piano è una sfida che va  raccolta. Mai come oggi c’è bisogno di volare alto, di guardare al di là dei numeri della pandemia, dell’emergenza economica, delle crisi esistenziali che accompagnano questa complicata stagione, per l’Italia ed il mondo. Ben venga allora la sfida estetica. Dopo anni di proletarizzazione diffusa e di  incolta massificazione c’è bisogno di ritrovare il senso della bellezza. Kalos kai kagathos, bello e buono, secondo la tradizione dei greci  non sono mai disgiunti, identificando il valore assoluto della bellezza,  donata dagli dei all’Uomo, con il comportamento morale della bontà. L’eccellenza passa anche da una nuova consapevolezza estetica, per troppi anni dimenticata, a partire dalle stesse opere architettoniche.

Piano pensa ad un’integrazione tra natura e necessità sanitarie: “La luce – dice – dovrà essere ovunque”, gli spazi saranno ampi, la vegetazione ben visibile.

In fondo – aggiungiamo noi – la  filosofia del bello è l’unico reale ottimismo. La Bellezza non è fuga estetizzante  dal reale, al contrario. Essa è volontà di ritorno all’ordine cosmico. E’ presa di coscienza, al di là del macchinismo industriale, dell’urbanesimo indifferenziato, dell’omologazione di massa. E’ rottura contro tutte le banalizzazioni.

Ponendosi come discrimine senza tempo, la Bellezza può trovare nella tecnica la sua sublimazione contemporanea, segno di una nuova chiarezza  narrativa, di ottimismo, di energia positiva, di forza evocativa, di sperimentazione e partecipazione.

Oggi il web è la culla di questa tensione inconsapevole  verso la Bellezza. E’ il livello creativo più immediato, cioè non-mediato, soprattutto giovanile, nel quale i generi si confondono e le scuole storiche perdono di significato per rifondersi ex-novo, in un crogiuolo nel quale cultura alta (e specialistica) e cultura popolare (e di massa) si incrociano, facendo balenare inconsapevoli domande di ordine, di rigore, di forza.

Occorre fare uscire dalla “Rete” queste volontà ed i talenti che  le sostanziano, permeando della loro energia l’intera società, contaminando i domini dell’arte, dell’urbanistica, della comunicazione e favorendo un corto-circuito valoriale capace di  dare nuove forme alla creatività e alla partecipazione.

Il secondo elemento, in grado di porre un autentico discrimine, è il talento.

A differenza di quanto non credano gli apostoli dell’egualitarismo, il talento non è un limite alla creatività. Nella crisi del bello, la sterilità creativa ha trovato nella negazione delle competenze il proprio alibi. Portare al centro della produzione artistica i fattori formali e sostanziali che stanno alla base di compiuti percorsi formativi, significa dare nuova dignità e nuova consapevolezza a quanti in essa e per essa di trovano ad operare. E significa, nel contempo, ricollegare contemporaneità e tradizione, ricucire antistorici strappi, ritrovare la grandiosità di una Storia, la sua complessità, la sua capacità stupefacente.

Presente e passato così azzerano le distanze. E sola resta la forza evocativa della creatività, che sa ritornare all’essenza della forma e all’orgoglio e alle responsabilità che provengono dall’appartenenza.

L’artista non può infatti rispondere solo a se stesso. Né l’architetto progettare per il suo piacere estetico. Né l’urbanista inventare dissociandosi dalla realtà.

L’identità è dunque il terzo fattore cruciale. Anche qui non si tratta di ricapitolare, magari elencando stancamente scelte valoriali. I discrimini debbono nascere da un confronto dialettico con la realtà contemporanea: radicamento vs. spaesamento, pathos vs. disincanto, partecipazione vs. egoismo, comunità vs. burocrazia, sacro vs. materialismo, merito vs. egualitarismo, bellezza vs. degrado e così via.

Questo processo di distinzione/integrazione non può non passare da una ripresa d’identità rispetto ad un percorso bimillenario, che ci porta al cuore dell’essenza civile e spirituale del nostro essere.

C’è una vocazione “solare” nella tensione estetica dell’Uomo, che, per quanto oscurata, rimane a ricomprendere luoghi, esperienze, idee, realtà diverse e lontane tra loro: dalle abbacinanti distese del Nord alle  avvolgenti atmosfere mediterranee, dal  linguaggio dei megaliti alle  raffinate architetture dell’antichità, dalle Cattedrali gotiche alle  linee pure delle architetture razionaliste.

Superare  realmente  l’emergenza sanitaria  vuole dire    riuscire a fare emergere una nuova consapevolezza spirituale, in grado di ricomprendere un lascito storico, andando oltre le vecchie scuole, gli “ismi” usurati, le avanguardie formali, ritrovando  essenziali discrimini di valore e di metodo, in cui bello e buono (Kalos kai kagathos) siano al centro. Per essere vincente la sfida della post pandemia  dovrà partire  anche da qui.

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