Da Draghi alla Ue, passando per il Copasir: tutti i fronti aperti dal “derby” tra Meloni e Salvini

mercoledì 7 Aprile 19:10 - di Redazione
Meloni

In principio fu Mario Draghi. Era il 3 febbraio quando Mattarella gli assegnò l’incarico di formare il governo. Ma il motivo per cui la data è da cerchiare in rosso è un’altra: segna l’ultimo incontro tra i leader del centrodestra. Fu per decidere di andare separati alle consultazioni. Né avrebbero potuto fare diversamente dopo che Fratelli d’Italia – a differenza di Lega, FI e altre sigle della coalizione – aveva calato il proprio “no” al nuovo esecutivo. Da allora, complice anche la competizione nei sondaggi, dove il trend di crescita di FdI e quello in calo della Lega sembrano non interrompersi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni non si sono più visti. Ma l’appoggio al premier non è l’unico fronte aperto.

Lega e FdI alleati imbronciati

L’ultimo, caldissimo, si chiama Copasir, il Comitato parlamentare di controllo sui Servizi. Oggi è presieduto dal leghista Raffaele Volpi. Ma per legge toccherebbe ai “Fratelli” in quanto all’opposizione. Per legge, ma non per i presidenti di Camera e Senato che, aditi per competenza, se ne solo lavati le mani. Il partito della Meloni ha chiesto l’intervento di Mattarella. E Salvini? «Mi occupo di salute, non di poltrone. Lascio che di poltrone si occupino altri», ha detto. Lui, però, quella di Volpi se la tiene stretta. Punzecchiature, tutto sommato, normali in una coalizione dove si è alleati ma anche concorrenti. Soprattutto quando nella concorrenza rientrano anche i passaggi da una forza all’altra. Non sempre è un belvedere, ma peggio sarebbe se un eletto lasciasse il centrodestra. Cambiare reggimento restando nella stessa armata non è disdicevole. Cambia l’insegna, ma non la bandiera.

Il Capitano stringe sulla Lombardia

Fa invece storia a sé il braccio di ferro in atto in Lombardia, storico feudo leghista. Qui FdI lamenta da settimane il mancato coinvolgimento nelle decisioni della giunta Fontana. Una sottovalutazione del peso della destra che ha indotto gli assessori di FdI a non partecipare alle riunioni dell’esecutivo. Più articolato il fronte europeo. Qui è Salvini a soffrire il protagonismo della Meloni. La leader di FdI è anche la presidente dei Conservatori europei (Ecr), una delle famiglie politiche più rappresentative del Vecchio Continente. Il Capitano, invece, sta sempre più stretto nel gruppo di Identità e Democrazia. Non per la Le Pen, ma per i tedeschi di AfD. È il motivo per cui ha chiesto all’ungherese Orban, fresco di divorzio dal Ppe, di lavorare con lui alla fusione di Id e Ecr in un unico gruppo. Ma la Meloni non ne ha alcuna voglia. Tutt’al più possono aderire ai Conservatori.

Ma la Meloni è più forte in Europa

Infine, le elezioni amministrative. Rinviata in autunno causa pandemia, la tornata comunale è un vero test politico. Si vota infatti a Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna e Trieste. Se nel capoluogo piemontese il centrodestra ha fatto sintesi sul nome di Paolo Damilano, nelle altre città tutto resta da definire. Il derby è sempre tra Lega e FdI, con Salvini che estrae nomi dal cilindro e la Meloni che da tempo chiede un vertice per definire le candidature. Il nodo principale è Roma. Le opzioni sono più d’una, ma incombono le divisioni che cinque anni fa spianarono la strada a Virginia Raggi. Evitare che si ripeta quel disastro è nell’interesse di tutti. Anche perché Draghi passerà. Il centrodestra (si spera) no.

 

 

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