Sulla cogestione Letta batte un colpo: riuscirà a passare dalle parole ai fatti?

giovedì 18 Marzo 12:15 - di Mario Bozzi Sentieri

Nel corso del suo discorso di investitura ai vertici del Partito Democratico  Enrico Letta ha parlato, tra l’altro, di “Economia della condivisione”, auspicando un coinvolgimento dei lavoratori nella gestione delle aziende, attraverso  la partecipazione azionaria.

“Noi – ha detto il neosegretario del Pd –  dobbiamo far convivere all’interno di un’azienda (parlo in questo caso delle grandi aziende), far condividere al lavoratore, al manager, all’azionista, il destino dell’impresa facendo sì che i proventi arrivino anche al lavoratore. Far sì che le azioni dell’impresa possano essere distribuite ai dipendenti, gratuitamente e in condizioni di favore. E’ una rivoluzione che ci porta dentro l’economia della condivisione che rappresenta una frontiera sulla quale dobbiamo lavorare”.

Si tratta di un “auspicio” significativo, ancorché generico, che va sottolineato, insieme alla “rivalutazione dei corpi intermedi” e al “dialogo sociale” – a cui ha fatto cenno Letta – fattori partecipativi da non sottovalutare, rispetto ad  una sinistra che cerca di riposizionarsi sul fronte sociale, una volta tramontate le vecchie aspettative di classe.

Pochi minuti, all’interno di un discorso, non fanno evidentemente un programma. Anche perché di cogestione aveva – a suo tempo – già parlato Walter Veltroni (E se noi domani – L’Italia e la sinistra che vorrei , Milano 2013), con  riferimento alla tradizione socialdemocratica europea, in particolare quella tedesca, dove la cogestione (Mitbestimmung) è un fatto acquisito e realizzato, senza peraltro declinarla con l’ampia dottrina italiana sul tema, sia di scuola cattolica che corporativa, né con i pluridecennali tentativi della destra sociale e del sindacalismo nazionale di trasformare in legge l’inapplicato art. 46 della Costituzione. Unica concessione veltroniana fu ad un generico richiamo all’ “idea dell’economia della partecipazione” quale  “nuova forma di democrazia economica”, con l’inevitabile riferimento ad Adriano Olivetti e alla sua idea del lavoro “immensa forza spirituale” .

Cogestione a sinistra, un abisso tra il dire e il fare

La scoperta, a sinistra, della cogestione toccò, giusto di striscio, nel 2013,  anche la Cgil, da sempre contraria a qualsiasi forma collaborativa, al punto che fu  la stessa Susanna Camusso, Segretaria Generale della Confederazione, a scrivere in una  lettera sul “Caso Telecom”, pubblicata  dal “Corriere della sera” (“La lettera – Camusso: democrazia economica, ora applicare l’art. 46”, 25 settembre 2013): “Mentre i vertici istituzionali del Paese diffondono l’idea che la crisi è finita e sta iniziando la ripresa  viviamo quotidianamente il dramma della chiusura di decine di attività produttive, della distruzione di migliaia di posti di lavoro, dell’impoverimento di milioni d’italiani. Per questo la “discontinuità” è  diventata oggi “indispensabile”, al punto che “si potrebbe cominciare a riconoscere, a partire dalle aziende pubbliche, l’articolo 46 (ndr. democrazia economica) della Costituzione”.

Gli auspici di Veltroni e  l’apertura sul tema  della Camusso ci dicono come, a sinistra, su questi crinali, tra il dire ed il fare ci sia sempre stato, nei decenni passati, un abisso.  Riuscirà Letta a passare da un cenno  generico (peraltro senza neppure citare l’articolo inapplicato della Costituzione) ad una seria iniziativa politica e legislativa ? E se questo dovesse avvenire si creeranno le condizioni per un’alleanza trasversale sul tema ?

Cogestione, il passato della sinistra non depone a favore

Non mancano, in Parlamento, le forze politiche in grado di avviare finalmente l’auspicata cogestione aziendale. Fratelli d’Italia è storicamente l’erede dell’Idea partecipativa. I rappresentanti politici di area cattolica dovrebbero richiamarsi alla Dottrina Sociale della Chiesa. Un Pd “riformista” può guardare alla grande tradizione della Mitbestimmung. Anche in Forza Italia, sotto la scorza liberal-liberista, esistono ascendenze “partecipative”. A cominciare da quelle rappresentate dal neoministro Renato Brunetta, autore del saggio La mia utopia – La piena occupazione è possibile (Milano, 2014). Nel quale, dopo un’analisi critica della politica delle briglie sciolte del capitalismo selvaggio, vedeva nella crisi di allora “una grande occasione per ristrutturare, per soffermarsi a capire il mondo e le sue trasformazioni, e reinterpretare idee e teorie”, a cominciare da quelle legate all’organizzazione dei rapporti di lavoro e alla centralità del salario, che non dovrà più essere una variabile fissa e incomprimibile, ma il risultato della partecipazione dei lavoratori ai rischi d’impresa.

Dopo l’uscita di Letta ci sono – in definitiva –  le condizioni per un ampio fronte politico, in grado di avviare l’attesa stagione partecipativa. Le esperienze del passato (da Veltroni alla Camusso) non depongono a favore della reale volontà da parte della sinistra di passare dalle parole ai fatti. A questo punto tocca agli altri partiti, che si riconoscono nel progetto partecipativo,  di incalzare il Pd su questi temi. Nel rimescolamento degli schieramenti e nel trasversalismo delle opzioni programmatiche, la  cogestione può diventare un interessante banco di prova, al di là della destra e della sinistra.

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