Letta, un ex-dc troppo competente e moderato per offrire un sogno al Pd orfano dell’altro Enrico

mercoledì 10 Marzo 15:55 - di Marzio Dalla Casta
Enrico Letta

Sarà la magia di un nome – Enrico – evocatore presso la base dei fasti berlingueriani del Pci o, più semplicemente, l’aria da secchione che fa tanto ceto medio riflessivo. O, forse, la condizione di protomartire della doppiezza renziana del mai dimenticato «stai sereno». Fatto sta che domenica prossima l’Enrico, inteso come Letta, riceverà dall’assemblea nazionale del Pd la corona di reggente. Una corona irta di spine, che una base delusa, stressata e confusa confida possa ritornare scintillante sulla sua testa. Ci sta. Così come ci sta tutta la riflessione supplementare sulla profondità della crisi del partito-sistema. Non minore – immaginiamo – di quella delle Fosse delle Marianne se alla fine si è ridotto a richiamare in servizio il giovane-vecchio Letta.

Enrico Letta non incarna la voglia di discontinuità

Nulla da dire quanto a competenza, serietà, autorevolezza, ma – vivaddio – la politica è anche altro. Soprattutto per un partito sfibrato come il Pd, ridotto a poltronificio da almeno un decennio trascorso in scia al principio della governabilità ad ogni costo. Immaginare che Enrico Letta possa incarnare un elemento di rottura rispetto alla lunga stagione di partito ministeriale, è illusione pura. L’ex-premier è l’esaltazione della grisaglia sul casual, del primato del corridoio sulla piazza e delle Ztl sulle periferie. L’esatto contrario di quel che sogna la residua militanza che ancora affolla (si fa per dire) le sezioni: un Pd più spettinato e corsaro, se non addirittura ribaldo. Tutto, insomma, pur di uscire dalle secche di un correntismo senza progetto.

La vendetta contro Renzi

Certo, tutto scorre e nulla esclude che il sequel di Letta sia in tutto diverso dal film visto quando era a Palazzo Chigi. Ricordate? Allora inaugurò la stagione del «cacciavite» per la «manutenzione» delle istituzioni. E mentre lui avvitava e svitava, dal Nazareno Renzi agitava la suggestione della «svolta epocale». A conti fatti può darsi che avesse ragione il primo, ma a vincere fu il secondo. Ed è probabilmente proprio sul ricordo di quel fedifrago avvicendamento che il sinedrio del Pd conta per riprendersi il proprio spazio vitale, insidiato dal M5S a guida Conte e, ovviamente, da Renzi. E se sul primo si vedrà, contro il secondo bisogna agire subito. E qui Enrico Letta un senso ce l’avrebbe perché, si sa, non esiste ritorno senza vendetta.

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