Il Pd “grillinizzato” è a pezzi: faide, minacce e ultimatum. I dem: “Inventiamoci qualcosa”

mercoledì 3 Marzo 16:57 - di Gabriele Alberti
Pd Zingaretti

E’ declino: congresso o rompiamo”. Tra un ultimatum e una minaccia la nave- Pd sta andando alla deriva. La minaccia è la presenza di Bonaccini che insidia la segreteria Zingaretti. L’ultimatum gliela danno gli stessi dem -sponda Base riformista e non solo – ma soprattutto la base che è inferocita nel vedere il partito prono al M5S. Un Pd “grillinizzato” proprio non è il massimo della vita.

Pd tra ultimatum e minaccce

La sfida a Nicola Zingaretti  del  governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini non è un mistero.  Quest’ultimo potrebbe contare sull’appoggio degli ex renziani di Base riformista. Ua disastro per il segretario. Nelle chat Pd,  spiega il sito  Tpi, girerebbe addirittura già il nome, ovviamente satirico, della mozione pronta a sostenere il governatore dell’Emilia Romagna: “Torna a casa Renzi”.

Il sondaggio-horror

Poi c’è il veleno tra le correnti, che non fa che alimentare il solito psicodramma. Soprattutto perché un sondaggio Mentana realizzato da Swg presentato nel corso di Tg La7 rasenta la devastazione.  Secondo la rilevazione, infatti, in caso in cui l’ex premier Giuseppe Conte dovesse diventare il capo politico del M5s, il Pd perderebbe il 4,3%. Diventando, così, il quarto partito italiano con il 14,2%. Dietro a FdI di Giorgia Meloni. Il M5S ci sta vampirizzando, dice la base.

Pd, correnti e veleni

Il problemi aumentano in vista dell’assemblea a metà marzo, che deciderà se e quando celebrare l’eventuale congresso, stanno aumentando.  Base Riformista – che vuole farla finita con Zingaretti-  (fa capo a Lorenzo Guerini e Luca Lotti),  non vuole sentire storie: vuole fare un “congresso vero”. La drammatizzazione del clima nel Pd arriva dal sondaggio- horror che attesta che i  voti del partito, che per anni ha sviolinato Conte come «faro dei progressisti mondiali», finiscono ai 5stelle. “Che genio”, ironizza il web. Quel 14% attribuito da Swg ai dem in presenza di un M5s a guida Conte, non va da solo. Unito  alle rivendicazioni del suo primo governo con Giuseppi, ha provocato un terremoto psicologico e politico nei dem. Persino il partitino Leu se ne va:  ora si vuole imbarcare nel M5s contiano.

I mal di pancia tormenti all’interno del partito aumentano e non basterà la discussione che ci sarà nell’assemblea del 13 e 14 marzo prossimi a sedare gli animi. Infatti, se ieri a chiedere il congresso è stato Marcucci, che qualcuno definisce «il renziano infiltrato»; anche la corrente dei Giovani turchi è insorta dopo la direzione: «Chiedere di fare un congresso ora è da marziani ma lo è anche dire che faremo le primarie nel 2023. Ed è anche una incredibile scorrettezza che sono certo Zingaretti vorrà immediatamente correggere», ha detto Matteo Orfini.

Pd come Beirut

Sulla stessa lunghezza d’onda Base Riformista: «Se si sposta il congresso al 2023 rischiamo di essere in un’altra era politica. Perciò restiamo convinti che, subito dopo l’emergenza, vada aperta una discussione profonda di rango congressuale sull’identità del Pd e sul suo ruolo». “E mentre Areadem di Dario Franceschini tace, non manca l’agitazione in «Fianco a fianco», l’area di Maurizio Martina che raccoglie tra gli altri Graziano Delrio, Matteo Mauri e Debora Serracchiani -scrive Sarina Biraghi sulla Verità- . Quest’ ultima in lizza per la carica di vicesegretaria che però dovrà vedersela con Cecilia D’Elia, presidente donne dem molto vicina a Zingaretti”.

La faida tra le vicesegretarie

Già, lo scontro tra le donne e e relative correnti complica non poco il puzzle impazzito del Pd. Lo scivolone del segretario per le mancate nomine a ministro delle donne brucia, assieme alle mancate dimissioni di Andrea Orlando, attuale ministro del Lavoro, come fece Paola De Micheli, su richiesta di Zingaretti, quando divenne ministro delle Infrastrutture. “A chiederle è Giuditta Pini dell’area Orfini ma in direzione Orlando, al quale il segretario non ha chiesto nulla, ha spiegato: «Sulla questione del vicesegretario voglio essere molto semplice. Non la vivo come un fatto personale. Io penso che gli assetti siano funzionali o meno a un passaggio. Il segretario ha ritenuto che in questo passaggio fosse funzionale».

“Osservo dalla periferia e con qualche sofferenza la crisi del #PD. Capisco la resistenza di Nicola Zingaretti vs un congresso straordinario. Ma a fronte di sondaggi al 14% qualcosa di straordinario bisognerà pure inventarsi. E anche subito”. Lo scrive Pierluigi Castagnetti su twitter a mo’ di epigrafe. Prima che diventi un epitaffio.

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