Cinema, per vincere l’Oscar ci vuole il Cencelli del “politically correct”: parola di Pigi Battista

giovedì 18 Marzo 20:31 - di Giacomo Fabi
Pigi Battista

Fa bene Pigi Battista a lamentarsi della brutta piega presa dalla procedura per l’assegnazione degli Oscar. Ancor di più a bollarlo come una sorta di «manuale Cencelli dei riconoscimenti» con tanto di «percentuali etniche, di genere, di orientamento sessuale, di ceto social». A sentir lui – e non c’è ragione per dubitarne -, «le discussioni sui film» sono ormai «noiose come un simposio sulla legge elettorale». Insomma, spiega il giornalista ex-Corsera ora blogger all’Huffington Post, «si giudica sempre meno la bellezza di un film e di chi lo realizzato». In compenso, «ti premio di più se parli della piaga del nomadismo e meno se rappresenti un interno middle class a Manhattan».

Pigi Battista ora è all’Huffington Post

Con tali premesse, la sua conclusione non poteva che risultare amara sebbene non rassegnata: «Non vinca il migliore». Parole da condividere una per una. Aggiungendo una sola postilla per ricordare che all’Oscar lottizzato il cinema non è arrivato per caso, ma sull’onda di una melassa conformista che ha avviluppato tutti, giornaloni compresi, incluso quello dove la firma di Pigi Battista ha campeggiato per anni. Non è una colpa, ci mancherebbe. Ma è tutt’altro che un fuor d’opera ricordare come certe tendenze non siano frutto di improvvisazione. Il culto del politicamente corretto conta sacerdoti zelanti e arcigni custodi un po’ ovunque.

«Ti premio sei parli dei nomadi»

Soprattutto laddove si ferma l’opinione. E se proprio in quei luoghi di pensiero e di critica accade che ogni discostamento dal culto ufficiale diventi eresia da stroncare, è fatale che di posizione in campo ne resti una sola. Unica e perciò stesso dominante. E gli effetti si vedono: nel cinema come nella scuola, nei giornali come nell’università, nelle tv come a teatro. Anno dopo anno, giorno dopo giorno, l’onda di melassa si è fatta sempre più grande fino a travolgere tutto. Lo tsunami del politically correct non risparmia né Rossella O’Hara né le statue pur di imporre, ora per allora, lo spirito del tempo. Spiace ammetterlo, ma purtroppo arriviamo tardi: il peggiore, caro Pigi Battista, ha già vinto.

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