Banca Etruria, torna alla sbarra il padre della Boschi per le consulenze d’oro che portarono al crac

mercoledì 31 Marzo 18:22 - di Redazione
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Torna alla sbarra il padre di Maria Elena Boschi. Riprenderà il 16 giugno il processo sulle cosiddette consulenze d’oro nell’ambito dell’inchiesta sul crac di Banca Etruria, che vede tra i 14 imputati anche Pier Luigi Boschi, all’epoca vice-presidente dell’Istituto di credito aretino, padre della ex-ministra Maria Elena, capogruppo Iv alla Camera.

Il giudice del Tribunale di Arezzo, Ada Grignani, ha aggiornato l’udienza dopo che questa mattina la convocazione è stata annullata per lo sciopero dei penalisti. E nella prossima udienza il giudice renderà nota la decisione sulla costituzione delle parti civili.

Gli avvocati degli imputati avevano chiesto, in base a quanto prevede il codice di procedura penale, l’esclusione delle parti civili in considerazione del reato per cui si procede, la bancarotta semplice. I legali degli ex-azionisti e obbligazionisti di Banca Etruria, fallita nel 2015, hanno chiesto la presenza in giudizio delle parti civili.

Il procedimento che riguarda le consulenze d’oro è stato l’ultimo filone d’inchiesta aperto dal pool di magistrati della Procura di Arezzo, guidato dal procuratore capo Roberto Rossi, che si è occupato delle vicende che portarono al dissesto di Banca Etruria.

Con Pier Luigi Boschi sono sul banco degli imputati tredici tra ex dirigenti e consiglieri del Cda che ratificò quegli incarichi: Alessandro Benocci, Rosanna Bonollo, Claudia Bugno, Daniele Cabiati (ultimo direttore generale della banca), Carlo Catanossi, l’ex vicedirettore Emanuele Cuccaro, Giovanni Grazzini, Alessandro Liberatori, Luigi Nannipieri, Luciano Nataloni, Anna Maria Nocentini Lapini, Claudio Salini e Ilaria Tosti.

Le consulenze finite nel mirino della Procura di Arezzo sono quelle che vennero affidate per valutare, analizzare e poi avviare il processo di fusione di Banca Etruria con un istituto di elevato standing. Le autorità bancarie, infatti, avevano richiesto di approfondire la possibilità di una fusione con la Banca Popolare di Vicenza, operazione che poi non si concretizzò.

Per sondare la prospettiva di tale fusione, però, stando agli elementi raccolti durante le indagini, furono affidati incarichi per circa 4milioni e mezzo di euro, in un arco temporale compreso tra il giugno e l’ottobre 2014, a grandi società, come Mediobanca, o conosciuti studi legali di Roma, Milano e Torino.

Secondo l’accusa presentata dal pool di pm istituito dal procuratore Rossi, fu tenuta una condotta imprudente, con i vertici di Banca Etruria che non avrebbero vigilato sulla redazione di quelle consulenze, ritenute dagli inquirenti in gran parte inutili e ripetitive.

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