Sci, l’ira degli operatori e dei governatori contro Speranza: ora basta, la situazione è drammatica

lunedì 15 Febbraio 12:44 - di Paolo Lami

Migliaia di skipass venduti, milioni di euro bruciati per preparare e adeguare gli impianti, battere e innevate le piste, assumere personale, anche stagionale, che era già partito per raggiungere le località sciistiche. Tutto inutile.

L’industria italiana dello sci è stata messa in ginocchio, a poche ore dall’annunciata riapertura, dal ministro della Salute, l’esponente di Liberi e Uguali, Roberto Speranza. Che ha annunciato, per la sesta volta: è tutto rinviato al 5 marzo. Quando, oramai, la stagione si starà concludendo.

L’ira degli operatori è alle stelle. Così come quella dei governatori regionali. Che si sentono presi in giro da Speranza e dai cosiddetti tecnici del Cts, il Comitato tecnico scientifico.

Zaia del Veneto, Cirio del Piemonte, Fontana della Lombardia, persino Bonaccini che guida l’Emilia Romagna per conto del centrosinistra, sono furenti.

L’Abruzzo è in zona arancione. E già da due giorni sapevano che gli impianti non avrebbero riaperto.

”Anzi, siccome già da mercoledì sera avevamo i dati dell’Rt superiori a 1, già da giovedì avevamo potuto avvisarli. Così non hanno speso soldi per preparare tutto e assumere personale, almeno negli ultimi giorni – dice il previdente governatore Marsilio. – Ma è inaccettabile decidere sempre a pochi giorni dalla scadenza un rinvio dell’apertura. Gli operatori hanno bisogno di certezze per programmare”.

Si parla di danni per miliardi. E c’è chi avverte: non basteranno i 4,5 miliardi di ristori. Anche perché ora si parla di indennizzi, non più di ristori.

Spiega un operatore, scendendo nel dettaglio: solo l’ultima notte, battere le piste è costato 40.000 euro. Il personale, ad iniziare dai maestri, aveva fatto i tamponi a pagamento. Erano piovute, ovviamente, le prenotazioni, in qualche caso con un confortante sold out. E gli alberghi avevano fatto scorte. Tutto inutile.

I danni sono drammatici, le aziende del settore si erano preparate alla riapertura, attesa da mesi e annunciata da diverse settimane, con acquisti e l’assunzione del personale“, sintetizza Maria Carmela Colaiacovo, vicepresidente di Associazione Italiana Confindustria Alberghi.

“La marcia indietro dell’ultimo minuto con il blocco degli impianti prorogato al 5 marzo, nella pratica chiude, con un nulla di fatto, la stagione invernale 2020/21 che non ha mai potuto iniziare – dice la rappresentante di Confindustria. – La situazione era già drammatica, ma il cambiamento intervenuto all’ultimo minuto, ha comportato per le aziende l’ennesimo grave danno per gli ulteriori costi sopportati in questi giorni per preparare la riapertura”.

Sono inferocito”, gli fa eco Marco Michielli, presidente regionale di Confturismo e di Federalberghi Veneto, e vicepresidente nazionale.

“Non più tardi di una settimana fa commentavo, considerandola logicamente impossibile, l’ipotesi dell’ennesima posticipazione della partenza delle attività in montagna, rimarcando che sarebbe stata la sesta volta dal ponte di sant’Ambrogio, e quindi non si sarebbe più rasentata la presa in giro degli operatori, del personale dipendente e dei turisti, ma sarebbe stato un dichiarato schiaffo”, prosegue Michielli.

“Sembrava impossibile, ma purtroppo ieri, ripeto per la sesta volta, a due giorni dalla possibile riapertura, è arrivato l’ennesimo stop – aggiunge il presidente di Confturismo Veneto – Stop che a questo punto può essere definitivo, perché se questi signori a Roma pensano che le attività del mese di marzo possano in qualche modo salvare la stagione invernale dimostrano di non conoscere minimamente la realtà dell’economia della montagna”.

“L’unico settore del turismo che si sarebbe potuto salvare con una stagione invernale decente, dalle Dolomiti all’Altipiano, va tristemente a raggiungere le città d’arte scalando la classifica dei più disgraziati al nostro interno – avverte Michielli – Vogliamo considerare la rabbia di chi per sei volte ha gettato soldi nelle pulizie delle strutture, assunto i dipendenti, ordinato e poi gettato le materie prime, riscaldato gli ambienti, sempre avvisato all’ultimo giorno che non avrebbe potuto aprire?”.

“A questo punto si rendono indispensabili risarcimenti seri, non certo i ‘ristori’ che fino ad oggi abbiamo visto. Questo, sia chiaro, non vale solo per la montagna, ma per tutto il settore turistico – precisa MichielliTutte le aziende sono esauste e non c’è più il minimo di cassa vitale per poter far proseguire le attività”.

“Ahimè per molti è già scoccata la venticinquesima ora: la neve non aspetta certo i comodi del Cts e del ministero”, conclude il presidente regionale di Confturismo e di Federalberghi Veneto.

“Appena reinsediato il ‘migliore’ Speranza ha ricominciato a funestare l’Italia con l’unica strategia che i suoi neuroni concepiscono per superare la pandemia: le chiusure”, dice Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia. Che ha depositato una interrogazione per sapere quali siano i dati che giustificano questa scelta, quando siano emersi. E perché la decisione è stata comunicata a sole poche ore dalla riapertura e quali siano e quando verranno erogati e come i ristori.

Del Mastro parla di “sovrano disprezzo per gli sforzi economici e organizzativi dei gestori per le riaperture in sicurezza”. E avverte: Sappia Speranza che c’è qualcuno che ritiene gli italiani cittadini e non sudditi, costretti a digerire tutto passivamente”.

La rabbia per la decisione fuori tempo massimo di Speranza trova spazio anche nella maggioranza governativa. Che fatica a spiegarsi tempi e metodo.

Delusione è una parola fin troppo gentile. C’è molta rabbia, non nel merito in sé, non siamo scienziati e al primo posto viene la salute. Ma spero che quanto accaduto sia l’ultima volta” infierisce l’esponente Pd  Stefano Bonaccini, presidente delle Conferenza delle Regioni e dell’Emilia-Romagna, parlando a ‘Mattino 5’ su Canale5.

“Non si può arrivare a decisioni del genere con così poco preavviso. Mai più decisioni del genere con queste tempistiche, non è più tollerabile – avverte Bonaccini. – Serve un nuovo metodo”.

“Abbiamo lavorato come Regioni per riaprire le piste da sci con regole ancora più stringenti e abbiamo fatto validare le nuove linee guida – ricorda il governatore dell’Emilia Romagna. – Gli imprenditori hanno lavorato per far riaprire le piste, ci sono già state prenotazioni alberghiere. Va bene tutto. Ma saperlo poche ore prima della apertura prevista significa che oltre al danno c’e’ la beffa“.

Lo sci non è un gioco, in Piemonte è la prima azienda turistica della regione e il danno è enorme – rincara la dose il governatore del Piemonte, Cirio. – Le stazioni sciistiche che da un anno non lavorano se avevano ancora quattro soldi li hanno spesi per preparare l’apertura di oggi, nel rispetto delle regole che Roma aveva dato. Per questo siamo rimasti allibiti“.

“Voglio vedere l’ordinanza del ministro Speranza come l’ultimo atto del governo Conte. Non posso, non voglio vederlo come primo atto del nuovo governo Draghi – si accalora Cirio. – La decisione del ministro Speranza, di domenica sera alle 19, è basata su dati tecnici, su numeri di contagio che Roma aveva da mercoledì”.

“Con questi dati da mercoledì – accusa Ciriohanno aspettato fino a domenica per bloccare l’apertura degli sci non considerando che fuori dai palazzi romani c’è un mondo reale, di persone reali, che hanno assunto dei dipendenti, che hanno fatto contratti a tempo determinato, venduto degli ski pass, famiglie che viste le vacanze di Carnevale organizzato la propria vita, genitori che hanno preso ferie per portare i figli in montagna, situazione di cui, ahimè, il ministro Speranza ha dimostrato di non avere né consapevolezza né rispetto“.

Parole identiche a quelle di Zaia, governatore del Veneto.

“Dietro alla montagna invernale ci sono sì gli impianti di risalita, i grossi operatori. Ma c’è anche una nuvola densa di piccole attività, dalla ristorazione ai maestri di sci, che non è codificata ma è imponente. Ci sono gli stagionali … Il danno è colossale”. – dice Luca Zaia al Corriere della Sera. E avverte: “ora non si può parlare solo di ristori. In questo caso ci vorranno degli indennizzi”.

Sono necessari dei risarcimenti, afferma il governatore del Veneto, “perché in questo caso, nella prospettiva di riaprire a breve, gli operatori avevano già battuto le piste e messo le indicazioni, bar, ristoranti e rifugi avevano fatto magazzino, gli stagionali si erano diretti in montagna … A tutte queste persone dici di no il giorno prima? Dopo investimenti particolarmente gravosi, dopo una stagione come quella che è stata? Non ci sono parole per descrivere la rabbia, motivata, dei nostri operatori. E’ una decina di giorni che assistiamo a un crescendo di dichiarazioni da parte di tecnici e scienziati sull’apertura o meno degli impianti”.

Ma c’e già chi si ribella ai diktat di Speranza. È l’operatore dell’impianto Piana Vigezzo aperto nonostante lo stop: non abbiamo avuto – dicono – nessuna comunicazione ufficiale”.

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