La figuraccia e il triste destino dei voltagabbana: che fine hanno fatto Ciampolillo e i Responsabili?

lunedì 8 Febbraio 11:16 - di Alberto Consoli
Ciampolillo Responsabili

Che fine ha fatto Ciampolillo? Bella domanda. Già, che fine hanno fatto i costruttori, i responsabili che dir si voglia? Per settimane si è parlato di loro come di “pilastri” delle istituzioni, riserva preziosa per salvare l’ex premier Conte e l’Italia, i traghettatori verso il Conte ter. E ora ? Che figura barbina. Sui social va in rete l’irrisione. Con l’avvento di Mario Draghi sono stati spazzati via. Ora nessuno più li nomina, niente più titoloni né interviste a questi novelli padri della Patria. Sono durati lo spazio di un mattino, giusto il tempo di una figuraccia inutile. Si occupa di loro e li strapazza bene bene Alessandro Giuli su Libero.

Ciampolillo & Co “nel retrobottega dell’inutilità”

“L’irruzione di Mario Draghi con il suo incarico presidenziale, ha seppellito nel retrobottega dell’inutilità l’intero manipolo di voltagabbana”, scrive l’editorialista. “Effigiati come una figura retorica dall’ex grillino Lello Ciampolillo, il senatore che sconfiggerebbe il Covid con la dieta vegana, hanno vissuto i loro giorni di celebrità autoproclamandosi “Costruttori”; e immaginando per sé un ruolo salvifico da ricompensare con le più alte onorificenze”. Ciampolillo è un po’ il portabandiera di questa ineffabile schiera, che pure ha avuto persino degli estimatori. Giuli si diverte con la sua penna acuminata a descrivere il loro “regista” Bruno Tabacci, “il più sveglio della banda e non per caso l’unico destinato a sopravvivere all’impresa squinternata”. Poi passa in rassegna i vari Responsabili  “raggrumati da diverse latitudini con la medesima volontà di trasformare lo spettro delle elezioni anticipate nell’occasione di una carriera fulminea”.

Alessandro Giuli: ecco la loro fine

A scanso di equivoci Giuli rende giustizia a Sandra Lonardo, lady Mastella, “che ha compreso prima di altri la mala parata e si è dissolta con tempismo”. Guarda invece alla ex berlusconiana di ferro  Maria Rosaria Rossi o Luigi Vitali, Andrea Causin o Riccardo Nencini. Naturalmente a  Renata Polverini e a lui:  Ciampolillo. Il suo nome richiamato più volte nell’aula del Senato per il voto dato in extremis a Conte, resterà indelebile nel sebnso più ridicolo del termine. Ognuno di loro – leggiamo –  “ha immaginato di regolare conti pregressi con il proprio passato (…); di sfangare la legislatura ritagliandosi un percorso nomadico sempre premiante”, scrive Giuli rievocando la parabola di Causin, che ha circumnavigato l’Aula, passando dal Pd a Forza Italia e infine ai centristi per Conte. C’è chi ha cercato di salvare “capra e cavoli”, come si dice in modo ruvido ma efficace: è il caso del socialista Nencini. Che ha cercato di “tornare al vecchio ovile senza abbandonare del tutto il nuovo”, ricorda nell’articolo: “ha votato la fiducia a Conte accanto al Pd senza rompere con Italia Viva, di cui è socio contraente con tanto di simbolo”.

“Responsabili”: cosa resta di loro…

Il filo conduttore di questo ventaglio di posizioni era perpetuare le rendite di posizione, dal Maie ai rappresentanti delle minoranze linguistiche: “ovvero gli eterni sostenitori di una maggioranza purchessia”. Come dimenticare il caso di Vitali, “traditore per una notte recuperato in extremis da una telefonata del Cavaliere”. C’era di tutto in questa schiera: l’antirenzismo, la promessa di qualche ricompensa nell’ipotetico Conte ter, e poi la cosiddetta “lista Conte”, apice del progetto politico  trasformista. Adesso che i riflettori non li illuminano più  di loro resta ben poco. E di quel poco, come chiosa implacabilmente Giuli, non c’è certo di che andare fieri. “Mancò la fortuna, non il disonore. Ma a ben vedere, sia pure loro malgrado, nel piccolo pascolo trasformista resta intatta una non trascurabile greppia consolatoria: quei circa 350mila euro di stipendio ancora da intascare da qui a fine legislatura. Non tutte le sfortune riescono col buco”.

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