Conte-ter, ministro che viene e capogruppo che va: così funziona il risiko delle poltrone

martedì 2 Febbraio 9:05 - di Michele Pezza
Conte-ter

Sturare e non otturare. Ecco la regola aurea di ogni trattativa politica, l’ingrediente basico senza il quale neppure ne è immaginabile la riuscita. Significa che ad ogni promoveatur deve corrispondere un amoveatur cosicché ciascun nominato in una casella ne lascia libera un’altra per il nominando che verrà. E il Conte-ter non fa eccezione. Soprattutto se si considera che in primavera si vota nelle più grandi città e che la prima poltrona di una grande città ben può competere in prestigio, importanza e potere con una sua omologa ministeriale. E così prende corpo l’idea di rispedire a Napoli l’esploratore Roberto Fico per lasciare libero lo scranno più alto di Montecitorio che fa gola a Dario Franceschini.

Lo scambio di ruoli a base del Conte-ter

Non perché gli piaccia gestire il traffico dei peones, ma perché da lì la poltronissima del Quirinale è ben più a portata di mano. In compenso lascerebbe quella di via del Collegio Romano dalla quale attende alla salute dei nostri Beni Culturali. Stessa sorte potrebbe toccare a Roma. La Capitale, va da sé, non ha bisogno di particolari presentazioni. Lì c’è la Raggi che non schioda. Ma nel complicato risiko del Conte-ter non è certo la volontà di una Virginia a poter frapporre ostacoli. Al contrario, Il Campidoglio potrebbe sedurre il ministro Gualtieri che metterebbe sul piatto della contropartita nientemeno che il Mef per il quale si è speso il presidente di Confindustria e che Matteo Renzi non fa mistero di concupire ardentemente.

Gualtieri tra Mef e Campidoglio

Una casella che vale oro, di certo i 209 miliardi del Recovery Fund. Lo stesso vale per le cariche parlamentari: lasciare gli uffici di un capogruppo per giurare da ministro nelle mani di Mattarella significa raggiungere un traguardo personale e nel contempo lasciare in dote una poltrona di sicura visibilità. Nell’economia del Conte-ter è la soluzione che potrebbe mettere d’accordo le ambizioni di un Giuliano Del Rio con le ambasce di Paola De Micheli. Dopotutto pariamo delle Infrastrutture. Sempreché, ancora Renzi non ne chieda lo sdoppiamento per piazzarvi la Boschi. E questa è la seconda regola, eredità diretta della Prima Repubblica: se lo sturamento non basta, moltiplicare le poltrone. Già, perché si scrive trattativa ma si legge ancora spartizione.

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