Omicidio Cerciello, il killer intercettato accusa i carabinieri: hanno fatto un’altra cazzata

mercoledì 6 Gennaio 10:39 - di Paolo Lami

Accusa il carabiniere Mario Cerciello Rega, morto accoltellato, di non aver mostrato il distintivo. E di essere lui stesso responsabile della sua morte proprio per non essersi identificato.

Intercettato in carcere a Regina Coeli mentre era a colloquio con la propria madre, Finnegan Lee Elder, l’americano arrestato insieme con il suo amico Gabriel Natale Hjort per l’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri, il 26 luglio 2019 a Roma, punta il dito contro il militare ammazzato.

Il contenuto dei colloqui madre-figlio intercettati è stato oggetto di perizia disposta dalla Corte che sta processando i due studenti americani. E oggi è stata depositata la perizia.

“A notte fonda, senza mostrare un distintivo, senza fare nulla per qualificarsi come poliziotto, è il più stupido dei—[non udibile]”, diceva rivolto a sua madre, Finnegan Lee Elder.

E ricostruisce così quella notte: “la droga la voleva il mio amico. Io non la volevo. Non mi interessava. Sono solo uscito per aiutarlo. Avevo bevuto prima […] Ho preso una birra sola. Ero completamente sobrio”.

Poi ripercorre i momenti della colluttazione con il vicebrigadiere sfociata nell’omicidio Cerciello.

“Abbiamo camminato intorno al luogo dell’incontro per un po’. Poi è stato allora che abbiamo visto due estranei (Cerciello e il collega, ndr) che si parlavano tra loro e ci guardavano ma camminando in un’altra direzione. Così abbiamo girato in una direzione differente e […] [abbiamo detto tipo] chi sono quei tizi, e io ho detto non lo so, [non hanno un aspetto affidabile] […] ora, e in un attimo mi sono girato e quello grande mi ha aggredito [placcato, N.d.T.]”.

Sono i momenti concitati della colluttazione nel corso della quale, sostengono i due studenti americani, essi ignorano di avere a che fare con uomini delle forze dell’ordine, carabinieri appunto.

“Mi stavo girando e mi ha placcato. [mi… buttato a terra]. Era così grosso e pesante ha iniziato a strangolarmi – allora ho tirato fuori il coltello e l’ho colpito un po’ di volte. Lui (Cerciello) ha cercato di prendere la pistola. E quando si è reso conto che la pistola non c’era ha cercato di afferrare il coltello e girarlo verso di me – così ho cambiato mano e l’ho colpito un altro paio di volte finché non mi si è tolto di dosso, e poi si è tolto, e [sono corso via]”.

Nel corso dei colloqui con la madre il giovane americano aggiunge: “dunque [non udibile: quindi c’è una…] i poliziotti che non avevano le manette—[distintivo] quindi hanno [fatto una cazzata?](…) Tutto quello che so è che se quel poliziotto avesse fatto bene il suo lavoro questo non sarebbe mai successo”.

E un precedente colloquio, anch’esso intercettato, nell’agosto 2019, Finnegan aveva raccontato così la sua versione dell’accaduto all’avvocato amico di famiglia, Craig Peters, giunto dall’America per incontrarlo.

“Non hanno mostrato nulla, non hanno detto nulla – assicurava lo studente parlando di Cerciello e del suo collega dell’Arma, Andrea Varriale, entrambi in borghese. – Abbiamo pensato che fossero della mafia o qualcosa del genere. Pensavo semplicemente che mi stavo difendendo”.

Un mese dopo, la madre di Finnegan va in carcere per incontrare il figlio. Che insiste nel chiedere di poter essere trasferito in un penitenziario Usa.

Ma la donna è di tutt’altra idea. “Il punto è che il nostro sistema penale negli Stati Uniti è molto più punitivo e significativamente, mi capisci?”, dice la donna rivolta al figlio.

“Da noi c’è la libertà condizionale, gli arresti domiciliari, tutte quelle altre cose, appelli…” ribatte Finnegan.

“Hanno le stesse cose qui in Italia. Non è un sistema più giusto – replica la donna. – Non avresti avuto gli arresti domiciliari negli Stati Uniti in questa situazione, mai”.

“Dopo un paio d’anni” teorizza Finnegan. “Mai. È morto un uomo” taglia corto la madre.

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