Mio Italia in piazza per l’ultimatum al governo. Bianchini: “Se non ci riaprono, sarà game over”

martedì 26 Gennaio 14:22 - di Stefania Campitelli

In centinaia sotto la pioggia a Piazza del Popolo a Roma. Tanti cartelli, tanti cori. Tanta rabbia. Sono gli imprenditori della ristorazione e dell’ospitalità arrivati da tutta Italia. Per dare l’ultimatum al governo. “Basta. Se il primo febbraio con un Dpcm Conte (o chi per lui, ndr) non riapre bar e ristorante è game over. Da qui comincia la nostra disobbedienza civile. Non paghiamo più le tasse”. Parola di Paolo Bianchini, presidente di Mio Italia. Promotore della chiamata alle ‘armi,’ la chiama rivoluzione romantica, “di tutta la filiera del comparto”.

Mio Italia a piazza del Popolo con tutta la filiera

“Voglio dare il benvenuto nelle Città Eterna, nella città dei gladiatori”, dice aprendo la manifestazione tra gli applausi. Un palco aperto sotto la balconata del Pincio. In tanti si alternano al microfono. “Non ce la facciamo più. Perché gli autogrill sono aperti e io no?” si sfoga un ristoratore. Chiedono razionalità e buon senso. “La curva dei contagi ha dimostrato che non siamo noi gli untori”, ripetono. A bruciare, a rendere la vita impossibile (la cronaca annovera anche alcuni suicidi, di cui nessuno parla) ai manifestanti la politica dei divieti  decisa da Palazzo Chigi, degli stop and go, delle aperture e delle chiusure a singhiozzo. Senza un perché.

Bianchini: se non ci fanno riaprire, sarà game over

Non ci sono evidenze scientifiche – ripete Bianchini – che dimostrano che i ristoranti sono a rischio contagio. Il Cts non ha mai imposto al governo di chiuderci. E invece dal 25 ottobre sono praticamente tutti con le serrande abbassate. Ma gli affitti, le bollette, le tasse corrono lo stesso. Prima la chiusura alle 18. Quasi il collasso. “Noi si lavora soprattutto con le cene. A pranzo non si fattura. I turisti non ci sono, è tutto fermo”. Poi chiusura totale. Resta in piedi solo il delivery per accontentare le grandi multinazionali e le grandi catene. Tra i cartelli spicca quello ‘Mai domi’. “Ci dobbiamo difendere dal virus e dalla fame”, un altro. O ancora “Gli alberi della cuccagna. I ristori scivolano”.

Giorgio Gaber chiude la manifestazione

Dopo oltre due ore la manifestazione si conclude sulle note di una canzone di Giorgia Gaber. “Ascoltatela bene”, dice il presidente di Mio alla piazza. “Sembra scritta per noi”. Parla di tecnocrati e presunti scienziati da una parte e il popolo dall’altra. E’ del 1972.

I manifestanti, non piove più, si allontanano verso via del Corso. Blindata. Avrebbero voluto incamminarsi, insieme, un corteo spontaneo. Ma gli agenti schierati, anche finanzieri, non lo permettono. Gli aderenti al Mio ci provano. Qualcuno urla ‘venduti, ‘venduti’. Ma non è rivolto alle forze dell’ordine. I venduti stanno nel Palazzo, dicono. Infine l’Inno di Mameli. “Grazie a chi ha fatto centinaia di Km per difendere la filiera horeca (acronimo di Hotellerie-Restaurant-Café, ndr) dall’attacco delle Multinazionali”. E’ il post di qualche ora fa di Bianchini. Ristoratore di lungo corso, proprietario del ‘Vecchio orologio’ di Viterbo. Che promette nuove iniziative rumorose.

 

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