La sinistra ignora la lezione di Gramsci sul trasformismo e si mostra erede di Depretis

lunedì 25 Gennaio 13:49 - di Mario Bozzi Sentieri

A certa  sinistra piace il trasformismo. Fu proprio negli anni del primo  Governo Depretis, esponente della sinistra “moderata”, che venne a crearsi, alla vigilia delle elezioni dell’ottobre 1882,  uno spregiudicato connubio tra Sinistra liberale e Destra “progressista”. Al centro una vera e propria centrale di potere (e di corruzione), costruita su una fitta ragnatela di interessi “trasversali” tra mondo del credito, dell’industria e della politica, benedetta dall’accordo tra Depretis  e Marco Minghetti, impegnati ad unire i  “responsabili” dell’epoca, sulla base di compromessi locali con le varie clientele elettorali da un lato e con i rappresentanti del governo centrale dall’altro.

Una lunga scia di scandali

Ad uscirne  devastata fu  la credibilità delle istituzioni parlamentari, vista la lunga scia di scandali e di clientelismo che segnarono l’Italia del tempo, accentuando – sembra cronaca contemporanea – il distacco tra Paese reale ed istituzioni, il dissolversi della coscienza nazionale nei fini personali ed immediati degli individui, il venire meno dell’indipendenza dell’amministrazione e della stessa Magistratura. Il grande crack della Banca Romana nasce da quella stagione e dal “trasversalismo” di un sistema di potere in cui centrale era la capacità degli uomini politici (di sinistra e di destra) di modificare i propri orientamenti al fine di entrare a fare parte della coalizione vincente.

Gramsci e il trasformismo

Non a caso Antonio Gramsci dedicò un’attenzione tutta particolare verso il “trasformismo”, ampliandone, sui suoi “Quaderni dal carcere”,   la prospettiva storica. Attra­verso il tra­sfor­mi­smo – scrive Gramsci  – i “mode­rati” gui­dati da Cavour “dires­sero” i demo­cra­tici di Maz­zini e Gari­baldi, impri­mendo al Risor­gi­mento un orientamento conservatore e antipopolare.  Anche dopo il 1870 la parte mode­rata con­ti­nuò a diri­gere il Par­tito d’Azione mediante il tra­sfor­mi­smo, che Gramsci con­si­derava “una forma della rivo­lu­zione pas­siva” e che vedeva legato alla debolezza dei partiti politici e a quello che egli definì lo “Stato-governo”, il groviglio degli interessi collegati alla Casa Reale e alla burocrazia.

Gramsci e lo Stato-governo

Mentre  le classi sociali producono i partiti politici e questi creano i quadri dirigenti della società civile e dello Stato, in Italia – nota Gramsci –  lo Stato-governo non ha operato per armonizzare queste manifestazioni con gli interessi nazionali statali, ma, al contrario, ne ha sempre favorito la disgregazione, staccando singole personalità politiche da un qualsiasi riferimento socio-culturale ed anche teorico più ampio. In questo ambito i movi­menti tra­sfor­mi­stici sono  da impu­tarsi in larga misura al governo in carica, il quale opera “come un ‘par­tito’” ponen­dosi al di sopra dei par­titi esi­stenti per disgre­garli, con lo scopo di costi­tuire una forza di “senza par­tito” posti ai suoi ordini.

Giuseppe Conte si muove per istinto

Giuseppe Conte ha letto Gramsci ? Non crediamo che la spregiudicatezza della sua azione politica abbia solite base teoriche. Nella giungla dell’odierno parlamentarismo “all’italiana” è l’istinto ad indirizzare le scelte ed è  il piccolo interesse dei “senza partito” a prevalere sulle identità politiche.

Un dato significativo è comunque  che l’odierno trasformismo si leghi “idealmente” e metodologicamente a quello storico, tipico di fine Ottocento: espressione dello Stato-governo, slegato dai reali interessi nazionali, avulso dalla volontà popolare, espressione di interessi personali, benedetto – se non ispirato – dai vertici istituzionali e dal potere degli apparati.

La sinistra liberale paladina del trasformismo

Ieri come oggi è la cosiddetta “sinistra liberale”, ancorché ex comunista, a farsi paladina del neotrasformismo. Da qui il nostro sommesso  invito agli eredi del Pci, oggi avanguardia dello Stato-governo: guardare tra le pagine dell’autore dei “Quaderni” (a suo tempo manipolati e commentati a proprio uso e consumo da Togliatti)  per compiere una banale opera di comparazione tra le cronache d’epoca e l’attualità italiana. Vi troverebbero più di qualche salutare indicazione ed un doveroso invito all’autocritica, magari per provare ad uscire – parole di Gramsci riferite alla debolezza dei partiti del trasformismo  – dall’angusto orizzonte culturale e strategico, che li sta segnando. Impresa assurda, visto il cinismo della sinistra odierna. Ma – come si dice – meglio sperare che disperare …

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