La Donazzan ha fatto bene a scusarsi. Ma “Faccetta nera” è un inno all’integrazione

lunedì 11 Gennaio 20:19 - di Marzio Dalla Casta
Faccetta nera

È un peccato che Elena Donazzan si sia scusata per aver canticchiato Faccetta Nera dai microfoni de La Zanzara, trasmissione corsara sconsigliata ai poveri di spirito e ai deboli di stomaco. Ma è assessore regionale e la comprendiamo: onori ed oneri. È un peccato, dicevamo, perché Faccetta Nera è tra i motivi più popolari del Ventennio. Non era raro sentirlo fischiettare più o meno distrattamente anche in tempi democratici, e senza incorrere nei furori della legge Scelba. Tempo fa, nel Casertano capitò addirittura che ne accennassero qualche nota in una Festa dell’Unità. Un banale errore di spartito scevro da qualsiasi intento provocatorio. I musicanti erano strimpellatori per diletto. «Rossi o neri – si difesero – siamo tutti italiani».

Faccetta nera è la più popolare tra le canzoni del Ventennio

Che poi i suoi versi trasudino razzismo, è tutto da dimostrare. A risentirli (Faccetta nera sarai romana e per bandiera tu avrai quella italiana) sembra più un inno all’integrazione che un incitamento alla discriminazione. Insomma, più Carola Rackete che Heinrich Himmler. Ma si potrebbe obiettare che se, non razzista, era sfacciatamente colonialista. Capirai. Si fa prima a dire chi non lo fosse in quegli anni. E anche prima. Evidentemente, gli antifa nostrani ignorano che prima del Duce, l’Italia aveva già Libia, Eritrea e Somalia. E che non bastava un mappamondo a contenere i possedimenti delle democraticissime Gran BretagnaFrancia. Con la differenza che dove arrivavano lord e monsieur sorgevano solo i palazzi delle burocrazie e qualche campo da golf. Noi, invece, realizzavamo strade e infrastrutture.

Le fake news sull’Inno a Roma

Ma è inutile parlarne in un mondo dove la storia si giudica “ora per allora”. Non vale solo per Faccetta Nera. Giorni fa, un giornale come Repubblica ha abboccato ad una fake news che indicava come «fascista» l’Inno a Roma musicato da Puccini nel 1919, quando il nero ancora non indicava una fede politica. Peggio ancora aveva fatto l’Ansa scrivendo che fu Mussolini in persona a suggerire ad Almirante di adottarlo come inno del Msi. Ma il Duce ha un alibi di ferro: è morto prima che il Msi nascesse. Con l’aria che tira è un vero miracolo che nessuno voglia abbattere il Colosseo sul convincimento che gli antichi Romani abbiano copiato il fascio littorio dal Duce e non viceversa. Di fronte a tanta faziosa ignoranza, consola il Totò dei Tartassati: «Quelli della Buonanima sì che erano tempi, ma non tornano più». Già, convincetevene.

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