Il solito Renzi: decolla bene e atterra male. Al Senato prima “asfalta” Conte, poi si astiene

martedì 19 Gennaio 19:19 - di Valerio Falerni
Renzi

Scomoda la lingua di Omero Matteo Renzi prima di calare il fendente decisivo nel suo intervento al Senato: «Il kairòs, il momento decisivo, è ora». Gli serve a drammatizzare. E a contrapporre al «provincialismo» di Conte la politica intesa come «sogno, orizzonte, visione». Altra cosa, comunque, rispetto a quella che un premier «privo di gavetta» considera solo come l’arte di restare al governo «dando qualcosa a qualcuno». Tanto da «aver cambiato la terza maggioranza in tre anni». Quasi si diverte Renzi a girare il dito nella piaga. «Ha firmato i decreti Salvini, poi è diventato europeista. E ora si appresta a cambiare la terza maggioranza». Era nelle cose: Renzi aveva bisogno di nobilitare la scelta di aprire la crisi. E non lo ha fatto solo attraverso lo scontato riferimento alle «poltrone lasciate per un’idea», ma soprattutto marcando la differenza di due diversi approcci alla politica.

Renzi: «Tre diverse maggioranze in tre anni»

Lo ha fatto persino rivendicando la scelta di ritirare i ministri Bellanova e Bonetti e il sottosegretario Scalfarotto in piena pandemia. Conte gliel’aveva rinfacciato, bollandolo come irresponsabile. Ma l’ex-Rottamatore rilancia: «Questo è il momento opportuno, perché ora o mai più si può fare la discussione. Ora ci giochiamo il futuro, non fra sei mesi». Il concetto del kairòs che ritorna. «Ora o mai più – incalza Renzi – perché c’è un nuovo presidente degli Stati Uniti. Perchè perchè Merkel e Macron hanno siglato accordi con la Cina mentre noi siamo rimasti a guardare. Perchè questo è l’anno del G20 in Italia. Ora o mai più per il Mes». Evocazione di scenari globali sapientemente contrapposti al discorso “casalingo” del premier, tutto incentrato su “responsabili“, “costruttori” e “legge elettorale“. «Non funziona la sua narrazione, presidente Conte, in base alla quale siamo i più bravi».

«Il premer metta fine al mercimonio in atto»

Lo dimostrano, per Renzi, tre «record negativi»: maggior calo del Pil, maggior incidenza di decessi per Covid rispetto alla popolazione, «disastro educativo» seguito alla chiusura della scuola. «Non è vero che il suo governo è il migliore del mondo», scandisce il senatore di Rignano. Che poi ha ripercorso le varie tappe che hanno preceduto il ritiro della delegazione di Italia Viva dal governo. A partire dalla mancata sfiducia al guardasigilli Bonafede: «Noi eravamo d’accordo, ma lei ci chiese responsabilità e noi l’abbiamo accontentata». Poi le sollecitazioni pubbliche, i colloqui privati («lei mi offrì un incarico internazionale») e infine i documenti. «Tutto inutile», recrimina. Il suo gruppo, come annunciato, si asterrà. Una sfida nella sfida. L’asticella Renzi la fissa a quota 161. «Vediamo se ci arriverà a questa maggioranza raccogliticcia». Quindi, il colpo finale. Il mirino di Renzi inquadra il pressing sui “costruttori“: «Presidente Conte, metta al centro le idee perché il Paese non merita questo mercato indecoroso».

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