L’antropologia del comunista di Gelardi: come mai resistono pulsioni di una storia sanguinosa

lunedì 21 Dicembre 13:01 - di Giuseppe Basini

Il libro di Michele Gelardi, a mio parere, è scritto per capire o almeno provare a capire, perché ci sia ancora tanta gente che, pur definendosi -pudicamente- solo di sinistra, continui in realtà a proporre e riproporre miti, atteggiamenti, prospettive ed incubi che furono e sono propri del comunismo.  Gelardi cerca di comprendere perché mai, nonostante le chiarissime condanne di una storia tormentata e sanguinosa, il “modo di pensare” comunista sopravviva, dando vita magari a ibridazioni come il capital-comunismo cinese, il radicalismo chic o a certe teologie della liberazione, ma comunque, seppur malamente, sopravviva, partendo da pulsioni che resistono e che si basano su certe caratteristiche che lui cerca di mettere in evidenza.  Gelardi ci presenta insomma, in questo libro, una sorta di antropologia del comunista.

Ed è interessante seguirlo in questo percorso, non scontato, che fa riflettere.  Nell’aderire volentieri alla richiesta di prefazione, ho voluto cercare allora di mettere in luce da dove, a mio avviso, le strade del pensiero liberale si dividano radicalmente da quelle dell’ideologia dei social-comunisti, comunque vogliano chiamarsi o essere chiamati oggi.  Chiunque voglia parlare e scrivere di politica o agire in campo politico, è forzato a prendere posizione, esplicitamente o implicitamente, sul problema dei rapporti tra l’individuo e la collettività e in particolare sulla questione centrale di chi debba essere considerato più importante, sia nel senso etico generale di valore, sia in quello più specifico di priorità nelle scelte.

La questione, pur da sempre dibattuta, è di quelle che si ripresentano in continuazione, ricevendo risposte diverse, talvolta perfino opposte, da paese a paese, da epoca ad epoca, da autore ad autore. La storia è piena di esempi di singoli che vengono sacrificati agli interessi reali o presunti delle comunità cui appartengono, come pure di comunità sacrificate al volere di un singolo o di pochi e si va dagli esempi più consueti, come nei casi di abitazioni private requisite per permettere il passaggio di un’autostrada o al contrario di centrali elettriche di interesse generale sacrificate ad un particolarismo locale, fino agli esempi estremi di integrale annullamento dell’individuo oppure di intere comunità che si distruggono per seguire la volontà di grandezza di un capo deificato.

ll singolo, in senso generale, non può essere superiore alla sua comunità, perché quest’ultima è composta appunto di altri singoli, né può essere preso a regola il caso particolare di un singolo estremamente più dotato degli altri, perché questa, quando si verifichi, è solo una condizione particolare, difficile da determinare, transitoria e che non esclude affatto, nella massa, la presenza di persone sconosciute di eguale levatura. Di contro l’idea di superiorità della collettività (posta a base delle teorie comuniste e nazionalsocialiste) postulata dal prevalere assoluto dell’interesse generale su quello individuale, contraddice se stessa intrinsecamente, perché la prevaricazione subita dal singolo ad opera di ciò che si definisce collettività, essendo applicabile anche a tutti gli altri singoli, lede un interesse perciò stesso generale, perché comune a tutti e quindi contraddice l’assunto ( e questo anche non tenendo conto inoltre che ” l’interesse collettivo” , essendo definito tale da singoli, può anche essere solo preteso tale).

Probabilmente le difficoltà nel definire il rapporto uomo-collettività e le vicissitudini storiche che il rapporto tra cittadino e stato ha visto, vengono dall’errata considerazione che egli debba perdere forzatamente qualcosa nel rapporto con la comunità e dal considerare, sempre a torto, che sia “giusto” che perda qualcosa in tale rapporto. Tutto ciò non è affatto vero in linea di principio, ma è soltanto il prodotto di un modo sbagliato di vedere ed inquadrare le cose. Infatti l’uomo solo ( Adamo, o l’astronauta sperdutosi su un pianeta deserto) non è libero, è solamente solo, perché la libertà è definibile e significativa soltanto in relazione agli altri e dunque non è affatto vero che egli debba perdere per principio parte della sua libertà, per il semplice fatto di fare parte di una comunità strutturata.

L’uomo, quando perde, in toto o in parte, la sua libertà per costrizione, nel rapporto con la comunità-stato, non la perde dunque a prescindere dal tipo di rapporto, ma invece solo ed esclusivamente quando il rapporto è sbagliato, ma se questo è vero ( e la Storia sembra provarlo) allora nessuna motivazione può giustificare tale perdita di libertà, perché essa non è dunque né necessaria, né utile, ma solo assimilabile ad un ingiustificata pena.

E veniamo ora alla questione centrale per definire il rapporto uomo collettività e cioè dunque a provare a definire proprio il “valore” da attribuire all’uomo e alla collettività, valore che sia di riferimento nel riflettere e nell’agire politicamente. Diciamo allora che il valore da attribuire alla persona è infinito e può essere solo quello. E non solo perché è unicamente per questa via che si riesce a costruire una società rispettosa di tutti e ad evitare che una ragione di stato, impazzita o criminale, possa trovare in un preteso “interesse superiore” la giustificazione logica per la spoliazione e la coercizione, ma proprio perché è questo, intrinsecamente, il valore dell’uomo.

È impossibile non dare un valore infinito a un essere che è capace di sintetizzare in riassunto la storia di tutti i suoi simili, che è capace di immaginarsi il creato, che porta in sé il patrimonio genetico in grado di ricreare da zero (salvo un “complice” di sesso opposto) un’intera umanità e che infine e soprattutto, è capace di pensare per generalizzazioni e “concepire” l’infinito. Ma se alla persona diamo un valore infinito, ecco che naturalmente il rapporto individuo-società diventa un rapporto paritetico, tra uguali, dato che la società ha anch’essa un valore che non può essere minore di infinito, perché è composta di uomini, mentre non può essere superiore, dato che, per qualunque numero finito si moltiplichi un valore infinito, sempre e solo un valore infinito si ottiene.

Questa concezione non è nuova, si ritrova in tanti autori, Mazzini per esempio, ma anche nel Cristianesimo ( la pecorella smarrita, per ritrovare la quale ha senso anche lasciare tutto il gregge ) ma va ripresa, riformulata, riproposta e tenuta sempre presente, se si vuole fare una società a misura d’uomo, che è poi l’unica in cui egli possa essere felice. Questo non significa, per riprendere l’esempio della casa e dell’autostrada, che non si possa più procedere a nessun esproprio, non significa l’inazione (qualunque principio generale, tra l’altro, ha bisogno di buon senso nella sua applicazione, che la pura logica non basta) significa però che ogni deroga al principio generale dell’inviolabilità del cittadino nella sua persona e nei suoi beni, sarà appunto una necessaria eccezione ad un principio generale e non una prassi normale.

E la differenza non è di poco conto se si riflette all’estrema facilità con cui si procede (anche nei paesi apparentemente liberali) non solo al pregiudizio della sfera privata del cittadino, ma anche della sua stessa persona. Dietro i morti delle guerre mondiali, della costruzione del comunismo o delle rivoluzioni salvifiche (o, oggi, della segregazione “sanitaria”) vi è sempre il concetto della subordinazione del singolo alla sua collettività. Di fatto è il concetto stesso di subordinazione dell’individuo ad un principio collettivistico, che è inumano e pericoloso e poco importa che tale principio si richiami alla superiorità della comunità in sé o discenda da preesistenti motivazioni, religiose, dinastiche, razziali o altro.  E anche quando la collettività è organizzata in forma democratico-rappresentativa, il principio della completa subordinazione non è valido in via generale, perché il cittadino, quando vota, non ritiene affatto di dare così al governo il diritto a disporre dei suoi propri beni o della sua vita stessa.

Di nuovo la regola filosofica di considerare il singolo come un valore infinito in sé, è un ideale a cui comunque tendere, anche se può avvenire che vi siano delle scelte contraddittorie da compiere, l’importante è che l’ideale sia comunque sempre tenuto presente come valore da difendere. Ma andiamo per casi generali. Un presidente americano (o russo, o cinese, o nordcoreano) può scatenare una guerra nucleare, per difendere la collettività americana da una minaccia e quale dev’essere allora la gravità di questa minaccia?  Questo esempio è estremamente significativo, perché in linea di principio e paradossalmente, può essere visto tanto come il caso estremo dell’ individuo comune annientato in un attimo per la subordinazione totale ad una comunità strutturata in stato, quanto, all’opposto, come il caso parimenti estremo di una intera comunità subordinata ad un uomo o ad un gruppo di uomini. Questo succede quando si perde di vista che il rapporto tra uomo e comunità può essere solo paritetico e si insiste per subordinare l’individuo ad una collettività, che poi, per ironia massima, viene magari rappresentata da un singolo strapotente. Resta ancora da dire sul tentativo marxista di fare una fuga in avanti, nel proporre astrattamente che la subordinazione dell’individuo alla collettività riacquisti significato se la collettività considerata è l’intera umanità.

Tentativo fuorviante e sbagliato e non perché ci porti nel regno di Utopia (regno degnissimo a cui ognuno dovrebbe invece tendere), ma perché ci porta in un regno impossibile e soprattutto mostruoso, in quanto nessun sollievo  ( anzi ) si avrebbe se si arrivasse allo stato onnipotente mondiale, un colossale Moloch che tutto e tutti divorerebbe, con le sue onnipresenti polizie, le sue totalizzanti regole, la sua mortificante uniformazione, o se invece che dalla guerre tra comunità-nazioni, l’individuo fosse coinvolto dalle guerre civili tra, comunità etniche, religiose, ideologiche o economiche, che diventerebbero le nuove canalizzazioni dell’aggressività, avendo sacrificato inutilmente tradizioni, culture, differenze, che sono invece naturalmente il luogo dove poter vivere sentendosi a casa propria.

Avremo meno spoliazioni e vittime, se proclameremo e terremo a mente che la persona vale quanto la collettività e che le generalizzazioni astratte ( tipo l’umanità é più importante dell’uomo o il principio generale é più importante dell’individuo ) non portano niente di buono. Ma, soprattutto, avremo fatto un salto di qualità, quando avremo finalmente compreso il valore del singolo come essere umano e ne terremo conto in politica, ricordando che solo i diritti “individuali” sono veramente collettivi e cioè di tutti e per tutti, mentre quelli oggi definiti collettivi, sono invece espropriazioni a favore dei pochi che guidano le istituzioni secondo  personali convinzioni, certo legittime, ma niente affatto tali da costituire sempre e comunque  un quasi santificato bene comune.

Quando avremo capito che la generalizzazione chiamata collettività o addirittura Umanità, se contrapposta alla singola persona, serve solo ai politicanti per trovare soluzioni semplicistiche, come l’esproprio o la guerra, che, mentre quasi mai risolvono i problemi , quasi sempre producono dolori e rovine. Quando avremo compreso e soprattutto imparato a tener davvero conto di questo, molto, moltissimo, avremo fatto. Se l’individualismo, se la Libertà, se la proprietà privata, sono e debbono essere valori generali, allora é nel contratto sociale che debbono essere trascritti, é nelle prospettive per il futuro che devono essere salvaguardati, é nel rapporto con la comunità che debbono essere definiti e, soprattutto, è nella prassi politica che devono essere rispettati, senza che nessuno stato di necessità possa essere preso a pretesto per abolirli. Perché la libertà individuale é come il diritto alla vita, naturale, di tutti e per tutti e preesistente ad ogni codificazione, che può solo riconoscerla e non semplicemente “concederla”.

Ed è questo che il social-comunismo non ha mai compreso, le libertà formali sono la precondizione assolutamente necessaria di ogni possibilità di libertà reale per tutti, quella Libertà che ho provato a definire, aggiornando quella classica allo spirito e soprattutto alle necessità dei tempi, in questo modo : ” La Libertà é il diritto naturale a fare ciò che si vuole, fino al confine in cui si arrivi a limitare, veramente ed in misura reciprocamente uguale, quella degli altri, senza che nessuna legge possa porre un limite prima di quel confine”. Al contrario, il social-comunismo, come prima di lui tutti i tentativi totalizzanti, politici o religiosi, ha cercato e cerca di raggiungere l’uniformazione di tutti attraverso la creazione del cosiddetto “uomo nuovo”, indifferenziato ed egualizzato, eterna distopia delle dittature, da raggiungere in ogni modo, ieri con la formazione politica, l’irreggimentazione e i gulag, oggi con il globalismo, i media pervasivi, il giustizialismo, il politically correct. Non ci riuscirà, fallirà. ma il costo umano sarà di nuovo terribile. Ho conosciuto solo da poco Michele Gelardi, ma sul piano delle idee mi sembra di conoscerlo da sempre. Appartiene a giusto titolo a quel mondo di persone che pretendono la libertà come diritto e non come semplice concessione, che usiamo chiamare liberali.

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