“Io sono libero”, il libro-verità di Scopelliti: «Eliminato mentre riscattavo la mia Calabria»

mercoledì 2 Dicembre 16:58 - di Mario Landolfi
Scopelliti

«Se vuoi essere universale – scriveva Honorè de Balzac – parla del tuo paese». Beppe Scopelliti non cita il grande romanziere francese nel suo libro-intervista curato da Franco Attanasio Io sono libero», Lpe editore, 179 pagg., 15€), ma è assai probabile che vi si sia ispirato. Un racconto, quello dell’ex-enfant prodige della destra calabrese, reso tanto doloroso quanto toccante dalla sua condizione di detenuto. Sconta infatti una condanna a quattro anni e 7 mesi per falso ideologico inflittagli al termine di un processo fortemente condizionato dalla stampa locale e nazionale. Balzac c’entra perché il libro intreccia, fino a confonderli, il suo protagonista e la sua terra. A venirne fuori è un racconto che è insieme biografia di un impegno e anatomia di una regione: la Calabria appunto, che un destino baro si è divertito a trasformare nel distillato di tutti i mali nazionali.

Scopelliti aveva quasi azzerato il disavanzo della sanità regionale

A cominciare dall’intreccio tra poteri forti, stampa e istituzioni che per ruolo dovrebbero essere terze e neutrali. Sono le sue spire a stritolare Scopelliti, vittima di un vero contrappasso dantesco. Tre gradi di giudizio lo riconoscono colpevole di aver taroccato, da sindaco, il bilancio comunale. Proprio lui che da governatore assesta una sforbiciata alle spese della sanità più disastrata d’Italia, quasi azzerandone il disavanzo. Ma la sanità calabrese è come i fili dell’alta tensione: chi li tocca, muore. Diversamente il governo Conte non avrebbe bruciato tre commissari in sette giorni. E tra i cadaveri eccellenti di quella regione non vi sarebbe anche quello di Franco Fortugno, un democristiano di sinistra. Lo uccisero a Locri nel giorno stesso in cui l’Unione prodiana celebrava le primarie.

È cresciuto a pane, Almirante e Borsellino

Ma quei fili Scopelliti li ha voluti toccare. E chissà quanti e quali piedi avrà pestato nello squadernare bilanci tanto inafferrabili da incrociare l’amara ironia di Tremonti che li bollava come «orali» o «onirici». Ma per uno cresciuto a pane, destra e Borsellino la politica vera è quella che onora le istituzioni e non tradisce il popolo. Lui continua a rispettare le prime e ad amare il secondo. Non c’è astio nelle sue risposte. C’è prepotente, quella sì, l’ansia di ricostruire la verità per restituire ad uomo il suo onore. E non solo a lui e alla famiglia, ma anche alla sua parte politica, la destra. Scopelliti è di Reggio Calabria, la città della rivolta del 1970, la culla del «boia chi molla» di Ciccio Franco, ma anche di Renato Meduri e Natino Aloi. Quando scoppia, è un solo bambino. Ma la rivolta fa di Reggio il paradigma di un Sud troppo distante e profondo per poter staccare il dividendo dell’ormai declinante miracolo economico. In compenso, la rende simbolo del riscatto.

Fu Fini a scoprirlo politicamente

È il motivo per cui Giorgio Almirante considererà inscindibile il legame tra la destra e Reggio. Proprio lì Scopelliti scala tutti i gradini del cursus honorum: da consigliere circoscrizionale a sindaco, da consigliere regionale a governatore. Sempre più su: con i voti del popolo, mai per patti col diavolo. A scoprirlo è Gianfranco Fini – che del libro è prefatore – cui Beppe è tuttora legatissimo. Accade nel ’90. Fedele alla consegna almirantiana, Fini è capolista al comune di Reggio. Non gli sfuggono l’entusiasmo e le doti organizzative di quel ragazzo: lo vuole eletto al suo fianco. Per Beppe è un’enorme soddisfazione. Che tuttavia nel libro impallidisce rispetto a quella che prova quando riesce a far sfilare i ragazzi del “suo” Fronte alla manifestazione antimafia indetta a Reggio dalla figlia di un imprenditore ucciso. Per farlo, accetta la condizione di finire in coda al corteo. Ciò nonostante saranno i suoi giovani a gridare più forte di tutti contro la mafia. È questo, per lui, «il ricordo più bello». E non certo per caso.

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