Il razzismo degli antirazzisti non è un’ossessione della destra cattiva. Citofonare a Massimo Fini

venerdì 11 Dicembre 17:48 - di Valerio Falerni
razzismo

Una limpida filippica contro «il razzismo degli antirazzisti» sul giornale che non t’aspetti, quel Fatto Quotidiano che pure non è secondo a nessuno quanto a genuflessioni verso il politically correct. È proprio vero che c’è chi può e chi non può. Questo giornale, ad esempio, sarebbe stato almeno frullato se solo avesse accennato a quel che Massimo Fini ha scritto con la consueta franchezza e in assoluta tranquillità. Ne avrà gli zebedei pieni anche lui di questa moda  che fa alzare tanti ditini censori ogni qualvolta qualcuno s’azzarda a chiamare le cose con il proprio nome. Ma che si espone alle incursioni di despoti volpini, pronti a riverniciarsi di democrazia abbracciando a buon mercato la vulgata dominante.

Il giornalista sulle polemiche seguite al match PSG-Basaksehir

È il caso di Recep Tayyp Erdogan, balzato felinamente sull’infuocato match tra i francesi del Paris St. Germain e i turchi del Basaksehir. E sulle accuse di razzismo piovute sul quarto uomo. Tutto prende inizio da un fallo e dalle proteste che infiammano la panchina del Basaksehir. Vi è un continuo sbracciarsi in direzione dell’arbitro. Il più agitato è il vice-allenatore Pierre Achille Webo, già gloria del Camerun. La terna arbitrale è rumena. E così il quarto uomo, Sebastian Coltescu, delegato al controllo di quel che accade a bordo campo. È lui a chiamare l’arbitro per riferirgli delle intemperanze della panchina turca. Alla domanda su chi in particolare si stesse agitando, lui risponde «quel negru».

La lotta al razzismo alibi di un calcio senza valori

Apriti cielo! A nessuno passa per la mente che in rumeno nero si dice negru e che Webo era l’unico di colore a sedere sulla panchina del Basaksehir. Coltescu ha solo cercato di farlo identificare il prima possibile. Ma questo non conta. È più trendy buttarla sul razzismo, inginocchiarsi e alzare il pugno chiuso. Sotto questo profilo, il calcio è una vetrina eccezionale. Infatti, l’acuto di Erdogan («questo è razzismo») è rimbombato forte. Ma nessuno dalla Uefa gli ha ricordato che l’antirazzista Turchia non è esattamente il paradiso dei diritti umani. A conferma che è l’ipocrisia la vera cifra di questo calcio tutto danaro e zero valori. Allora molto meglio sventolare la bandiera del politicamente corretto. Quanto meno, non richiede coraggio.

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