Giovanni D’Urso, il magistrato eroe rapito dalle Br, dimenticato dallo Stato. La denuncia di Ardita

mercoledì 16 Dicembre 16:10 - di Paolo Lami

Le Brigate Rosse lo rapirono esattamente 40 anni fa, il 12 dicembre 1980, ritenendolo un simbolo dello Stato e lo Stato lo ha dimenticato: per il magistrato Giovanni D’Urso, direttore dell’ufficio detenuti Ministero della Giustizia, sequestrato dalle Br, poi rilasciato e che morì, anni dopo, prematuramente per malattia, lo Stato non ha trovato una scuola, una strada, un’aula di Giustizia da intitolargli. Nulla di nulla. Cancellato dalla memoria.

“Oggi niente lo ricorda, né una via, neppure una sperduta sala di uno spaccio per agenti porta il suo nome. La vita di Giovanni, il suo abbandono in prigionia, la sua dimenticanza, rappresentano una mancanza imperdonabile per le Istituzioni”, si addolora il togato Sebastiano Ardita commemorando il magistrato-eroe in apertura del plenum del Consiglio superiore della magistratura.

Sì, perchè Giovanni D’Urso fu davvero un eroe. Tenne testa, senza arretrare di un centimetro, ai suoi aguzzini. A quei carcerieri che, appena tre anni prima, avevano sequestrato e poi ammazzato Moro annientando la sua scorta in via Fani. Gli stessi che avevano ammazzato, uno dopo l’altro, i tre predecessori di Giovanni D’Urso.

Prima di lui, sulle scomode poltrone di Direttori generali degli Istituti di Prevenzione e Pena e degli Affari penali  si era seduti i colleghi Riccardo Palma, Girolamo Minervini e Girolamo Tartaglione. Tutti ammazzati dalle Brigate Rosse.

Riccardo Palma venne ammazzato la mattina del 14 febbraio 1978 – aveva 63 anni – con 14 colpi di mitraglietta dal brigatista Prospero Gallinari. Che, all’ultimo momento, aveva sostituito nell’azione omicida il br Raimondo Etro.

Il 10 ottobre 1978 le Br ammazzarono anche Tartaglione. A sparargli in testa furono Alessio Casimirri, oggi latitante in Sudamerica, e Alvaro Lojacono, riparato in Svizzera, dove ha ottenuto la cittadinanza, e coinvolto nell’omicidio di Mikis Mantakas e nel sequestro Moro.

Il 18 marzo 1980 toccò a Minervini. Che girava senza scorta per non mettere a rischio altre persone. Lo finirono a colpi di pistola i brigatisti Sandro Padula e Francesco Piccioni, secondo quanto emerse al processo. Aveva appena 61 anni.

Poi arrivò il turno di Giovanni D’Urso, appunto. Che venne rapito da un commando delle Br, guidato da Mario Moretti, il 12 dicembre 1980. Resterà nelle mani dei sequestratori fino al 15 gennaio 1981.

D’Urso venne più volte “interrogato” dai terroristi – ricorda Sebastiano Ardita nel suo intervento al plenum del Csm. – Per il suo silenzio venne condannato a morte. E rischiò di essere ammazzato”.

L’Italia era spaccata in due fra chi voleva la trattativa con le Br e chi, invece, era per la fermezza. Come era accaduto per Moro.
Le Brigate Rosse pretedevano la chiusura del carcere dell’Asinara. Poi il 4 gennaio del 1981 emisero la condanna a morte per D’Urso dopo uno sbrigativo processo proletario.

La nuova condizione posta dalle Br per non ammazzare D’Urso prevedeva che tutti i giornali pubblicassero i comunicati delle Brigate Rosse. Alcuni lo fecero, altri si opposero fermamente.

Il 10 gennaio la figlia di Giovanni D’Urso, Lorena, andò in tv. I radicali le avevano lasciato, per parlare, il loro spazio nella tribuna politica.
Chiese alle Br di rilasciare il padre. E fu costretta a leggere parte di quei comunicati deliranti delle Br in cui vi era scritto “il boia D’Urso“.
Il magistrato -eroe, che aveva osato tenere testa ai brigatisti, opponendo il silenzio al loro interrogatorio surreale, venne rilasciato il 15 gennaio al Portico d’Ottavia, a pochi passi da dove le Brigate Rosse avevano fatto ritrovare la Renault 4 rossa con il cadavere di Moro.
D’Urso morirà anni dopo, strocato da una malattia.

“Dopo qualche giorno” dal rapimento, ricostruisce ora Sebastiano Ardita, “il governo, in modo unilaterale, decise di chiudere il carcere dell’Asinara. Ma quando le Br, in cambio del suo rilascio, chiesero molto più banalmente di pubblicare alcuni comunicati sui giornali tutti si opposero fermamente. Nanni rimase solo – sottolinea Arditacon l’eccezione di Marco Pannella che mise a sua disposizione lo spazio Tv del partito radicale, nel corso del quale la figlia Lorena lesse quei comunicati, in cui il padre veniva definito “boia”, facendo commuovere l’Italia intera. Fu poi rilasciato e concluse la carriera come presidente della 1 sezione della Cassazione. Ma si ammalò e morì prematuramente”

Al suo funerale, ha raccontato ancora Ardita davanti ai membri del Csm, “mi recai mentre occupavo il posto di Direttore dell’ufficio detenuti che gli era appartenuto. A quella cerimonia era presente qualche decina di persone. Solo parenti e amici più stretti”.

“A parte 4 colleghi della Cassazione, lo Stato era assente – ha denunciato Ardita. – Non vi era neppure una corona, una divisa o una figura istituzionale a rappresentarlo. Nanni tenne un comportamento eroico ad occupare un posto dopo che due direttori erano stati uccisi e a resistere 40 giorni al rapimento, agli interrogatori ed alla tortura psicologica della condanna a morte da eseguire”.

“Oggi – conclude amaro Ardita – niente lo ricorda. Né una via, neppure una sperduta sala di uno spaccio per agenti porta il suo nome. La vita di Giovanni, il suo abbandono in prigionia, la sua dimenticanza, rappresentano una mancanza imperdonabile per le Istituzioni”.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Emergenza Coronavirus

In evidenza

News dalla politica