Covid: “Lei è in pericolo di vita”. Cronaca dall’inferno di una terapia intensiva

martedì 22 Dicembre 17:28 - di Antonio Saccà
Covid

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il racconto dell’esperienza traumatica di Antonio Saccà, reduce dal Coronavirus. Caro direttore,

Accadono nella vita di ciascuno vicende che non vorremmo né vivere né ricordare. I ricordi sono come la bocca di un serpente, che ingoiano senza ancora uccidere, ma se tu rimani dentro ai ricordi vieni ingoiato. Bisogna avere la forza di non ricordare o ricordare volendo uscire dalla bocca del serpente. Il dodici ottobre 2020 a sera tarda e poi a notte iniziata, il fastidio bruciante che mi appesantiva la gola e un malmesso stato d’animo mi spinse a reclamare l’ambulanza.

Covid, nella bocca del serpente

Erano giorni che non ero più me stesso, ma quella notte cominciavo a non esserlo del tutto. Solite situazioni, barella, richiesta di quale ospedale mi poteva ricevere e mi affidano al Sandro Pertini. E qui accade un primo momento, che non so quanto vissuto o già sognato, nel delirio. Ho perfettamente coscienza di una donna, una dottoressa suppongo, che mi dichiara che io sono preso da una bronchite banalissima, il che mi riconforta. Ma subito dopo, la stessa agitata mi dice che ho una polmonite bilaterale e che sono in pericolo di morte.

Incubi e deliri in terapia intensiva

Ora io non so se questo era il delirio, credo di no. Da questo istante entro nella parte peggiore dell’inferno, nella quale la mente perde se stessa e tutti i diavoli si danno briga di angosciarti con le visioni più terribili e non sopportabili che colpiscono di angoscia indifesi. Sognai, anzi delirai, che ero diventato un corpo senza pelle con le vene esposte, immerso in acque agitate; ancora: sognai e delirai che dovevo passare un cippo dentro un fiume e che questo durava sempre, senza che io potessi scampare; sognai e delirai che ero in un treno ferreo con movimenti catastrofici di una durezza come se spaccasse il ghiaccio; sognai e delirai che le mie gambe erano appesantite e mi trovavo in un viaggio da cui non potevo scendere, avanti e indietro, indietro e avanti. Assistei al mio funerale ripetutamente, con processioni sterminate, nella piazza di una chiesa, sacerdoti vestiti solennemente, innumerevoli, che scendevano scalini; sognai che il mondo aveva notizie della mia perdizione e ne dava conto a grandi lettere.

Sognai che un editore rilevante faceva presa dei miei libri e questo sogno o delirio fu talmente persistente che quando mi svegliai chiesi di recare a questo editore i miei libri. Ma sono scintille, piccole fiamme di quel che ho vissuto, ne racconterò ampiamente. Infine mi svegliai. E non fu un risveglio che mi desse coscienza immediata di vivere la realtà. Sono rimasto in rianimazione settimane, quindi in riabilitazione e pare che la malattia sia dietro di me, ma dentro di me vi sono i ricordi e sta proprio a me uscire dalla bocca del serpente. Un piccolo cenno alla malattia. A quanto ho potuto osservare, vi è un aspetto rapido della malattia, basta una dosata ossigenazione e tutto scompare; e vi è un effetto pernicioso: occorre vigilare e al primo segno farsi scrutare. Qui al Lazzaro Spallanzani riconosco l’impegno per la vita ed è una fortuna nella sfortuna.

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