“Conte e Di Maio a Bengasi per sottomettersi ad Haftar”: disastro diplomatico sui pescatori

giovedì 17 Dicembre 15:39 - di Federica Parbuoni
conte di maio pescatori

Non una semplice “passerella”, ma un sostanziale atto di sottomissione al generale Haftar. Il viaggio del premier Giuseppe Conte e Luigi Di Maio a Bengasi per la liberazione dei 18 pescatori di Mazara del Vallo sequestrati da 108 giorni in Libia, dunque, sarebbe perfino peggio di come sembra. A darne una lettura in chiave geopolitica è stato l’esperto di relazioni internazionali, Arturo Varvelli, dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr). È stato, ha chiarito, “il prezzo implicito” da pagare per riavere a casa i pescatori.

“Conte e Di Maio hanno pagato pegno ad Haftar”

“Il fatto che un presidente del Consiglio e un ministro degli Esteri si siano mossi per andare a sancire la liberazione da un generale, il generale Khalifa Haftar, che non ha alcun riconoscimento internazionale o che non dovrebbe averne, è naturalmente il prezzo implicito che abbiamo pagato per risolvere questa situazione”, ha commentato Varvelli all’agenzia di stampa Adnkronos. Nel corso della visita a Bengasi, infatti, Di Maio e Conte hanno avuto un incontro Haftar, di cui ha dato notizia lo stesso Di Maio. “Il governo continua a sostenere con fermezza il processo di stabilizzazione della Libia. Io e il presidente Conte – ha scritto il ministro degli Esteri su Fb – lo abbiamo ribadito a Haftar, durante il nostro colloquio a Bengasi“.

L’Italia “ondivaga” nella crisi libica

Per Varvelli, che si è detto comunque “molto felice” per la liberazione dei pescatori, è “chiaro che quello che voleva Haftar era che si muovessero da Roma e andassero a Bengasi e che lui avesse un riconoscimento di questo tipo”. “È esattamente il prezzo politico che dovevamo pagare e – ha sottolineato l’esperto – è stato pagato”. Bisognerà vedere, continua, “nelle prossime settimane, nei prossimi mesi come sarà la posizione dell’Italia in questa crisi, posizione che mi sembra sempre un po’ ondivaga”.

Il disastro diplomatico di Giggino & Giuseppi

“Ci siamo un po’ trincerati dietro questa formula dell’equidistanza, ma mi sembra – ha detto Vervelli, che è anche socio anziano dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale – che non abbiamo ottenuto molto. Non siamo diventati migliori amici di Haftar, tanto che ha trattenuto per più di 100 giorni dei pescatori senza alcuna accusa formale a Bengasi e dall’atra parte penso abbiamo perso un po’ di leva su Tripoli“, sul governo di concordia nazionale riconosciuto dalla comunità internazionale. Ora, ha concluso Varvelli, “si apre, secondo me, una fase di riflessione molto seria all’interno del governo sulla nostra posizione rispetto alla crisi libica”.

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