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Palazzo Grazioli
Politica

“Chiude” il simbolo della Seconda Repubblica. Berlusconi lascia Palazzo Grazioli

28 dic 2020 di Marzio Dalla Casta

È la fine della Seconda Repubblica. Sì, l’abbandono di Palazzo Grazioli da parte di Silvio Berlusconi racchiude un valore simbolico superiore persino dell’irruzione elettorale dei grillini in quel bipolarismo che della Repubblica sorta sulle ceneri di Tangentopoli è stato croce e delizia. Ma a volte anche i ricchi pagano l’affitto. E quello che ha mensilmente fin qui sborsato il Cavaliere – 40mila euro – si era fatto più che pesantuccio. Anno nuovo, residenza nuova. Ma anche vita nuova, dal momento che Villa Zeffirelli, dove Berlusconi starà una volta lasciata la Provenza, sarà off-limits per chiunque. L’esatto contrario di quei mille metri quadrati che nel corso del ventennio berlusconiano hanno perimetrato i tratti salienti della politica interna, estera e giudiziaria italiana.

Palazzo Grazioli costava 40mila € al mese

È lì che si celebravano i vertici del centrodestra trionfante, con i suoi leader attovagliati davanti del menu tricolore dello chef Michele. Anche Putin, «l’amico Vlad», ne assaggiò le deliziose pennette pomodoro, basilico e mozzarella. Ma nelle stanze da letto di quel primo piano nobile ha anche sbirciato una magistratura vogliosa di regolare i conti con l’antico Nemico. Un simbolo, appunto. Non solo di prestigio e di rappresentanza, ma anche di potere e di decisione. Era a Palazzo Grazioli che la profilatura delle liste diventava definitiva. Solo chi superava il travaglio di quelle stanze era davvero candidato. Al rito ufficialmente Berlusconi non prendeva parte. Un po’ perché detestava le decimazioni e un po’ perché un atto di grazia in extremis era sempre possibile. E il pollice che doveva girare in su o in giù era il suo.

Le analogie con Palazzo Venezia

Si può anche azzardare che a dispetto della sua strategica equidistanza da Camera e Senato, quella dimora  cinquecentesca celasse una simbologia anti-politica. Un po’ come il dirimpettaio Palazzo Venezia. Entrambi scelti come sede del capo del governo per ostentare distanza dagli edifici dediti alle liturgie dei politicanti. Messa così, è anche politicamente giusto che Berlusconi lasci Palazzo Grazioli per la nuova dimora sull’Appia antica.

Era l’emblema della «discesa in campo» del ’94

Il Berlusconi di Palazzo Grazioli era l’uomo della “discesa in campo“, il vindice della società civile oppressa dalla partitocrazia. Ma anche l’imprenditore del conflitto d’interessi, riuscito con i suoi spot nelle sue tv a sfilare il governo dalle grinfie degli «ex-post e neo-comunisti». La Seconda Repubblica è stata un’incessante guerra condotta al Cavaliere sul fronte delle tv e quello giudiziario. Ora, invece, gli stessi che lo trattavano da criminale, lo omaggiano come un Padre della Patria. Insomma, è davvero finita un’epoca. Restava solo da chiudere il Palazzo che l’ha ospitata.

 

 

 

 

 

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