«Un po’ di Roma»: gli intrighi per salvare il Papa-Re nel romanzo di Alessandro Sacchi

martedì 17 Novembre 13:03 - di Giacomo Fabi

La missione impossibile di don Salvatore d’Alessandro, gesuita, comincia in una Napoli ancora sospesa tra il suo passato di capitale borbonica e un presente sabaudo che non ha ancora onorato le promesse di riscatto dispensate alla vigilia dell’annessione. Ma l’epicentro dell’intricata e appassionante vicenda raccontata da Alessandro Sacchi in Un po’ di Roma (Edizioni Fioranna, 91 pagg. 12 €), è la Città Eterna brulicante di agenti di Vittorio Emanuele II. Siamo nel 1870. L’Europa è percorsa da nuovi venti di guerra sospinti da Napoleone III, da un lato, e da Bismarck, dall’altro.La rivalità franco-prussiana è seguita dalla cancelleria vaticana con un misto di apprensione e di speranza. La Santa Sede vi cerca infatti lo spiraglio per venire a capo di quella che passerà alla storia come la “Questione romana”: la conquista dell’Urbe da parte dell’Italia e la sua proclamazione a capitale del giovane Regno.

Sacchi è al suo primo romanzo storico

Ma Roma è ormai tutto quel che resta del potere temporale del Papa. Tentare di conservarne «un po’» è l’obiettivo affidato dalle gerarchie vaticane a don Salvatore, il protagonista del romanzo storico di Sacchi. Nella Compagnia fondata da Sant’Ignazio di Loyola, don Salvatore ha affinato acume politico e competenza diplomatica, dote – quest’ultima – efficacemente sintetizzata dall’autore come l’arte «dell’ascoltare molto e tacere altro». E per altro ben nota ai suoi superiori, che infatti lo fanno rientrare da Goa, nell’India occidentale. L’agenda del gesuita napoletano s’infittisce così di impegni e di incontri, con tanto di benedizione impartita direttamente da Pio IX prima del decisivo colloquio con il plenipotenziario italiano.

Con Porta Pia finisce il potere temporale della Chiesa

A rendere particolarmente pregevole il romanzo, è la capacità di introspezione psicologica evidenziata dall’autore nei dialoghi tra gli ecclesiastici: da don Salvatore al Pontefice, passando per il Padre Generale dei gesuiti e il cardinale Antonelli. Come ogni trattativa diplomatica, anche quella finalizzata a conservare «un po’ di Roma» si dispiega più attraverso il non-detto che il detto, la riserva mentale piuttosto che l’esplicitazione, il retroscena invece del proscenio. A maggior ragione in un Vaticano da sempre abituato a fare della diplomazia la corazza per evitare di finire come manzoniano «vaso di coccio tra vasi di ferro». Ognuno dei protagonisti sa che la sorte del potere temporale è segnata. E che l’unico obiettivo consiste nel salvare il salvabile, appunto «un po’ di Roma».

L’estremo tentativo dei gesuiti

Tutto il resto – che fosse l’appello alla Francia, all’Austria o la minaccia della scomunica a Vittorio Emanuele II – è revanscismo fuori tempo massimo. Puro velleitarismo. L’aver fatto emergere questo mosaico di retropensieri dove, a dispetto dalle parole, è possibile cogliere le differenze tra chi, nella Santa Sede, non giudica male la fine del Papa-Re e chi, invece, la reputa un’opera del demonio, è l’aspetto più interessante dell’opera di Sacchi. Che ha il merito di offrire al lettore una visuale psicologicamente raffinata e storicamente pregnante su una delle pagine più decisive e divisive del nostro Risorgimento.

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