Uber, tassisti minacciarono la general manager: i pm chiedono il processo

martedì 10 Novembre 17:40 - di Roberto Frulli

Minacce gravissime, insulti terribili e sessisti e perfino un fantoccio impiccato come un avvertimento para mafioso: così un gruppo di tassisti intimidì, tra il febbraio e il luglio 2015, l’allora country manager di Uber, Benedetta Arese Lucini, mettendo in atto una campagna di una violenza indicibile contro l’allora 31enne dirigente italiana dell’azienda statunitense.

Ora la Procura di Milano ha deciso di portare a processo 14 di quei tassisti con l’accusa di aver creato, con molestie e minacce, un “clima di intimidazione” intorno alla manager di Uber. Al punto tale da “cagionarle uno perdurante stato di ansia e paura, da ingenerare un fondato timore per la propria incolumità“.

Nell’atto d’accusa firmato dai magistrati di Milano che hanno indagato sulla vicenda ricostruendo nei dettagli la campagna d’intimidazione e di violenza contro la manager di Uber, si parla di atti persecutori e diffamazione nei confronti di Benedetta Arese Lucini. La cui unica “colpa” – se così si può dire – era appunto quella di guidare la parte italiana dell’azienda Usa. Finita nel mirino dei tassisti, dopo l’arrivo in Italia della piattaforma Uber, che non accettavano di confrontarsi sul mercato con il sistema di trasporto ideato dalla società statunitense.

Sarà ora il gip Tommaso Perna a valutare la richiesta di processo avanzata dalla Procura: l’udienza preliminare si è aperta ieri ma il procedimento, vista l’emergenza Coronavirus, è stata rinviato al 13 aprile prossimo. La vittima, assistita dall’avvocato Monica Bonessa, si è costituita parte civile.

“Nessuno discute la legittimità di una o più proteste svolte correttamente e nelle sedi opportune – chiarisce l’avvocato Bonessa. – Si discute, si censura e ci si oppone a un sistema di giustizia sommaria e privata messa in atto da alcuni soggetti allo scopo di rovinare la vita di una giovane donna che stava solo svolgendo il suo lavoro. E che è stata costretta a vivere con la scorta, a cambiare casa, percorsi abituali e abitudini di vita”.

“Per mesi”, rivela il legale dell’ex-country manager di Uber, Benedetta Arese Lucini “ha vissuto nella paura perché qualcuno si è arrogato il diritto di farsi giustizia da se. È stata perseguitata, insultata, offesa, umiliata per il lavoro svolto. E perché donna”, conclude l’avvocato Bonessa.

Figlia di un imprenditore lombardo, laurea alla Bocconi e un’esperienza in Morgan Stanley, e in altre realtà finanziarie e imprenditoriale in giro per il mondo, dopo la drammatica vicenda di Uber Benedetta Arese Lucini ha poi lasciato  l’Italia per Londra dove, assieme ad un gruppo di giovani italiani, ha fondato la startup del Fintech, Oval.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Emergenza Coronavirus

In evidenza

News dalla politica