Il governo Conte è in caduta libera. Ora occorre una vera e propria svolta nel lessico politico

lunedì 30 Novembre 16:32 - di Mario Bozzi Sentieri
Governo

L’idea di trasformare il voto del centrodestra a favore dello scostamento di bilancio in  una sorta di derby strapaesano, con  FI da una parte e Lega e Fdi dall’altra,  dà il senso del livello (piuttosto basso) dell’odierno confronto politico nazionale. E’ comprensibile che la sgangherata alleanza giallo-rossa canti vittoria. I sondaggi danno il Governo Conte in caduta libera, mentre ai più sono bene evidenti i limiti, di esperienza politica e di visioni strategiche, di una maggioranza tutto sommato raccogliticcia, a cui il sostegno di Silvio Berlusconi e dell’onnipresente Gianni Letta, suo grande consigliere politico, fa buon gioco. Non solo per i numeri parlamentari quanto per lo sbandamento che sta creando nel centrodestra, costretto a giustificare il voto “unitario” e a fare i conti con le sue debolezze “strategiche”, tra appelli al moderatismo, proposte (impraticabili)  di federare i diversi partiti, divisioni di non poco conto (qual è la scelta sul Mes), interessi privati.

C’è un Paese da ricostruire

I richiami  alla coesione sociale e alla condivisione – più volte ribaditi  dal Presidente Sergio Mattarella e sbandierati da Forza Italia – non possono, del resto, essere ridotti a puri e semplici slogan, esaurendo le doverose distinzioni tra i partiti e le rispettive coalizioni. Anche perché votare i deficit aggiuntivi – come è stato fatto dal centrodestra – lascia aperto il confronto sulle scelte di fondo relative alla ricostruzione del Paese.

Perfino la “moderata” presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo intervento alla cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Bocconi, non ha potuto fare a meno di dire: “È il momento che l’Italia prenda il proprio futuro nelle proprie mani”. Specificando che per farlo ha bisogno di due cose: “volontà nel fare le riforme e un approccio strategico agli investimenti”. Volontà nel fare le riforme ed approccio strategico: ecco dove la sfida del futuro va veramente giocata. Non c’è veramente bisogno della von der Leyen per scoprirlo. Ma – come si dice – “repetita iuvant”. Anche perché, ben al di là dell’emergenza Covid e della crisi economica e sociale che ha accentuato, la questione dei nostri ritardi nazionali si trascina da decenni e da decenni non sembra trovare  sbocchi. Qui si gioca la vera partita, sui contenuti e sulle alleanze,  sul versante del centrodestra e su quello del centrosinistra, avendo di fronte i mutamenti epocali in atto e quindi le priorità che vanno affrontate, l’idea di società per la quale si intende muoversi, i “discrimini” di valore, che fanno le differenze tra una forza politica e l’altra.

Passaggio cruciale

Siamo in una fase di passaggio cruciale: questo ci dicono le indagini di settore, i rapporti specializzati, gli stessi orientamenti delle aziende. Di questo lavorio intellettuale e già operativo nel cuore produttivo del Paese bisogna farsi carico. Perché le nuove tecnologie, la nuova robotica, l’Industria 4.0, l’Intelligenza Artificiale di per sé non bastano per raddrizzare la barra della crescita economica e sociale.

“Mai prima ogni aspetto della nostra società è stato così dipendente dalla tecnologia“ – si può  leggere  nel recente  “Rapporto OCSE sulle prospettive dell’economia digitale” , che sottolinea come la pandemia abbia cambiato l’utilizzo delle tecnologie digitali in tutti i Paesi: il telelavoro, l’apprendimento a distanza e il commercio elettronico sono aumentati in tutta l’OCSE, così come l’adozione degli strumenti digitali nelle imprese. Ma dietro queste nuove tendenze ci sono da affrontare i temi dell’efficienza infrastrutturale (a cominciare proprio dalla sviluppo delle reti a banda larga), della formazione, del rapporto tra sistema produttivo e ricerca, tra Scuola ed occupazione (con una particolare attenzione verso le nuove professioni).

Di fronte a questi scenari i vecchi modelli partecipativi e di rappresentanza mostrano tutta la loro inadeguatezza, rendendo sempre più palese la cesura tra ceti produttivi e ceto politico, tra competenze e decisione democratica.  Ben oltre una generica coesione sociale ed una formale condivisione di questo e di molto altro ancora è urgente, come Sistema Paese, che ci si faccia carico: riscrivendo priorità, percorsi, regole, modalità tecnico-politiche di selezione. E per questo coinvolgendo le categorie produttive, le competenze, i territori. Per poi fare sintesi politica e tracciare percorsi chiari e condivisi.

Al di là degli slogan e delle facili battute ad effetto da qui può partire una nuova stagione di crescita per l’Italia: con la  riscrittura di un nuovo lessico politico ed economico-sociale, intorno al quale aggiornare parametri, strategie produttive, politiche d’intervento, perfino una  “visione della vita e del mondo”,  un pensiero lungo insomma, che dia ali all’auspicato processo di cambiamento. Per andare oltre i bassi orizzonti di una politica che pare sempre più avvitata su se stessa.

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