Da male assoluto a bene da proteggere: il “sì” a Mediaset è il punto di non-ritorno del M5S

martedì 17 Novembre 17:43 - di Marzio Dalla Casta
Mediaset

Una volta superato, è impossibile tornare alla stato iniziale: così gli esperti definiscono il punto di non ritorno. Esattamente quello doppiato dal M5S nel momento in cui ha detto “” all’emendamento che corazza Mediaset contro le incursioni dei francesi di Vivendi. A questo punto, tutto è possibile. Persino il ripristino dei vitalizi o della prescrizione. Già, perché per i Cinquestelle nulla è più identitario dell’avversione al Biscione e al suo Padrone. In fondo è da lì che discendono. È quello il loro brodo primordiale, sapientemente versato nei talk-show dai vari Santoro, Travaglio, Gomez e altra compagnia ospitante. L’inciucio come sinonimo di accordo inconfessabile, al limite dell’illecito, l’hanno coniato loro.

Emendamento pro-Mediaset del governo

Non tanto in odio al Cavaliere, che pure non mancava, quanto per fottere il Pd. Abbattere il Dalemoni, mostruoso impasto tra D’Alema e Berlusconi, era il loro scopo di vita. L’aveva inventato Gianpaolo Pansa. Ma il club dei sinistri puri e duri ne fece la lettera scarlatta con cui marchiare a fuoco quelli che additava come i bavosi reggicoda del Signore di Arcore. «Con gente così non vinceremo mai», sentenziò il girotondino Nanni Moretti, incompreso precursore del grillismo. Che nacque proprio sull’onda di una radicalità anti-Mediaset non più cavalcata dalla sinistra ufficiale. Il sogno di un terzo polo riguardava prima la tv e poi il Parlamento. L’avvento dei social ha invertito la scaletta. È sorto solo quello politico, sotto forma di M5S. E siamo all’oggi con un Di Maio che sguaina la spada a difesa dell’italianità del Biscione.

Nel 2016 il M5S diffidò Gentiloni dal farlo

Fa bene, s’intende, non fosse altro per rendere la pariglia a chi non esitò ad espellere dal panorama televisivo francese la berlusconiana Le Cinq solo perché italiana. Ma dovrebbe ricordare che solo quattro anni fa il M5S diffidò Gentiloni dall’assumere decisioni a tutela del gruppo di Cologno Monzese. Che cosa è cambiato da allora ad oggi? Certo non Mediaset né il «pregiudicato»Berlusconi. E neppure Forza Italia, che resta il «partito fondato da un mafioso», come piace ripetere a Di Battista. È solo il conto (salato) che l’illusione si paga alla realtà. La narrazione grillina – l’Italia corrotta, la Casta, i professionisti della politica, la scatoletta di tonno – si è rivelata falsa e ingannatrice. È roba che Di Maio poteva permettersi quando faceva lo steward al San Paolo. Ora non più. Da stadista a statista, si sa, il passo è tutt’altro che breve.

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