Cristoforo Colombo, Giuseppe Tucci e l’ignoto: quando la “rivoluzione” è l’apertura mentale

martedì 24 Novembre 9:51 - di Massimo Pedroni
Cristoforo Colombo

Il mondo Occidentale europeo, nel corso degli ultimi secoli,  è stato attraversato da impetuosi desideri di aver sempre   contezza più precisa  dei confini e, della consistenza,  dei Continenti, e delle terrea emerse.  Pietra angolare, più nota  di questo sentimento di sfida all’ignoto, spinta all’avventura, desiderio di esplorazione, è la missione condotta da Cristoforo Colombo. Paradigma, del viaggio, metafora dell’esistenza umana, cantato fin dall’antichità da Omero, tramite Ulisse.  Scoperta di un “Nuovo Mondo”, il risultato  conseguito dagli uomini, che avevano seguito Cristoforo Colombo in quell’azzardo.

Cristoforo Colombo e il Nuovo Mondo

Questa definizione dell’epoca, data al Continente Americano, ci riporta in un’atmosfera  di profonde e variegate reazioni, che seguirono all’annuncio fatto, della realizzazione della missione  dal navigatore genovese.   La scoperta di un ”Nuovo Mondo”, comporta, in coloro i quali ricevono la notizia, significative ripercussioni..Curiosità. Incredulità. La necessità di rimettere in discussione tutti i parametri maturati dagli abitanti del “Antico Mondo”confrontandosi con la realtà sconosciuta fino a quel momento. A cominciare, dallo stupore dettato dall’incontro, dei viaggiatori con i nativi dell’al di là dell’Oceano.  Aztechi. Maya Inca .Le civiltà precolombiane.

Cristoforo Colombo e le Indie

Considerando solo questo aspetto, gli esploratori europei che si avvicendarono nel corso del tempo, dovettero confrontarsi con linguaggi, usi,costumi, religioni assolutamente nuove e sconosciute. Vita sociale di quei luoghi ispirata da criteri magici e misteriosi.  Ricordiamo il fatto che nonostante quattro missioni effettuate Cristoforo Colombo morì nella convinzione di aver raggiunto le Indie via mare. Pare, confortato in questo convincimento, che era rimasto molto individuale, da alcuni documenti cartografici, di Marco Polo dei tempi delle sue spedizioni circa duecento anni precedenti nel Continente Asiatico seguendo la “via della seta”.

Il Novecento e il profondo Oriente

Comunque sia, nel ‘900, si riaffacciava in Europa, la volontà di volgere lo sguardo nel profondo Oriente. Per un gioco curioso del destino i due più importanti Orientalisti italiani  nacquero entrambi a Macerata. Il primo, il padre gesuita Matteo Ricci, il quale spinto da spirito missionario e di evangelizzazione si recò a Macao nel 1582. Apprese la lingua cinese, strutturò in modo funzionale le prime comunità cristiane cinesi. Frutto della sua opera di evangelizzazione, Padre Ricci, si inserì ottimamente con la popolazione e le  autorità del luogo. Secoli dopo Giuseppe Tucci, conterraneo del gesuita, classe 1894, farà tesoro dell’esperienza di Ricci, riconoscendogli i meriti dovuti in più occasioni, ricordiamo  a tale proposito la  conferenza tenuta all’Università di Macerata 6 ottobre del 1942.  I titoli dei quali si può fregiare, colui il quale diventerà il Prof. Giuseppe Tucci, spaziano dall’Orientalista, all’esploratore allo Storico delle religioni.

Le 360 pubblicazioni

Complessivamente, potrà vantare al suo attivo 360 pubblicazioni, comprensivi di testi e articoli scientifici. Fu considerato inoltre il maggiore esperto di quel paese, che grazie anche alle sue caratteristiche morfologiche, costituite di catene montuose, era considerato inaccessibile. Il Tibet. Il  “Tetto del Mondo”. .La sua apertura mentale, la ricerca inesausta di  nuova linfa spirituale, confermata dalle molteplici spedizioni da lui organizzate in Asia, culminarono con la  conversione al Buddismo. Religione della quale dirà: «E così nel corso della spedizione del 1935 volli sperimentare io stesso le liturgie sottili che sommuovono tutto l’io, liberando aspettazioni stupefatte e pavide».

Mussolini e Giuseppe Tucci

Questi suoi aneliti di conoscenza, erano ben visti dai dirigenti politici dell’epoca. Tanto che su indicazione del Capo del Governo Benito Mussolini il Prof. Giuseppe Tucci fu insignito del titolo di Accademico d’Italia. La massima autorità del Regime, aiutò fattivamente, i progetti del Professore, con  apertura di corsie diplomatiche preferenziali, sostegno economico e organizzativo L’esploratore era un sapiente in grado di conoscere lingue antiche quali il sanscrito, l’ebraico, il persiano e il cinese. L’Italia, aveva individuato  nello studioso di Macerata, la personalità dalla indiscussa competenza, visione di prospettiva e d’insieme, per poter aprire “fronti” con culture così distanti. Fu amico dello Storico delle religioni rumeno Mircea Eliade. Tra coloro i quali partecipavano, alle spedizioni organizzate da Tucci vi era  anche Fosco Maraini, padre della scrittrice Dacia. I rapporti fra i due non furono tra i migliori. In primo luogo, per motivi strettamente personali. Fatto accaduto, per  una competizione sentimentale, accesasi tra i due per conquistare la Principessa del Gangtoc.

“Il segreto del Tibet”

La seconda occasione di forte frizione, fu l’affronto, subito da Maraini, o quantomeno,  come tale da lui giudicato a opera di Tucci. Nei fatti, era stata ferito  un aspetto permaloso del suo carattere. Si sentiva di essere stato messo da parte in un occasione importante. Maraini nel suo libro “Il segreto del Tibet”, insinua, forse per risentimento, un elemento assolutamente non credibile. Il fotografo sostiene, che nella spedizione del “48, organizzata e come sempre capitanata da Tucci, quest’ultimo pur di avere accesso alla città di Lhasa, “finse” a detta di Maraini, di essere un convertito al buddismo. Cosa che sappiamo avvenne anni prima.

La letteratura dei viaggi

Il maceratese ottenne il permesso, portò con se solo due altri componenti della spedizione, fra i quali non figurava il fotografo. Il fatto, con le dicerie seguenti si commenta da solo. Questo è uno dei tanti piccoli aneddoti di cui è intrisa la “letteratura dei viaggi”. Ricordiamo in tal senso alcuni testi del Prof. Tucci: Tibet, Asia religiosa, Le religioni del Tibet. Giovanni Gentile, fu suo amico, , amicizia che durò fino al tragico epilogo della vita del filosofo, causata da un attentato partigiano. Al sodalizio fra i due si deve   l’intuizione che portò alla creazione di un nuovo organismo culturale.  Istituto italiano per studi per Medio ed Estremo Oriente. Ente fondato nel 1933, che ebbe come Presidente Giovanni Gentile, e come  anima operativa Tucci. Metodologia di approccio, alle complesse sensibilità del mondo molto  lungimirante per l’epoca.

Realtà completamente diverse

Tanto è vero che l’I.S:M.E.O. fu sciolto solo nel 1993. Analisi. Considerazioni  su religioni, usi, costumi, lingue, ed elaborazione di piani fantastici e di un misticismo peculiare, risultavano tutti aspetti oggetto di studio dell’Istituto. Quello che colpisce ai giorni nostri era l’apertura di finestre, su realtà completamente diverse. Approcciandosi  alle quali,  ci si avvicinava con il rispetto dello studioso. Il quale, per sua natura non può che cogliere la diversità e l’essere  etereo geni dei popoli come elemento di accrescimento e di ricchezza. Certo non è riportando una frase, che si riesce a cogliere pienamente la personalità dell’autore. Il suo spessore, e l’emozione che ci  voleva trasmettere certamente si: “Dai confini del Bhutan all’Everest le montagne si rincorrono si serrano e s’urtano in una gara di altezze come onde spumose   del cielo che s’abbattono sull’ostile immobilità della terra”. Del Prof. Tucci, viviamo ancora la nostalgia di una visione acuta e preziosa delle cose del mondo, che forse si può raggiungere solo da “certe vette”.

 

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