Con la scusa del Covid vogliono accusare di follia ogni pensiero non conforme

sabato 14 Novembre 13:46 - di Daniele Milani
Covid

Da alcuni giorni, sui mezzi di informazione, è stata diffusa una nuova teoria sul negazionismo o comunque su tutte le manifestazioni di perplessità, di dubbi o di dissenso sulla gestione, sulla qualificazione politica e scientifica e sugli eventuali rimedi posti in essere avverso l’epidemia denominata Covid Sars 19.

Veronesi contro i negazionisti

Da ultimo, lo scrittore Sandro Veronesi in una trasmissione televisiva del mattino ha bonariamente dichiarato che il negazionismo, anche inteso in senso lato come sopra descritto, è riconducibile a una sindrome psichiatrica. In parole più semplici si afferma che tutti coloro che non si riconoscono, parzialmente o totalmente nella vulgata generale sul Covid sono malati di mente. Se ne dà anche una spiegazione più o meno scientifica facendo discendere tale condotta dalla paura della malattia che porta a negarne l’esistenza.

C’è una volontà di reprimere i pensieri differenti

Tale assunto, per dirlo con estrema chiarezza, ci appare molto inquietante, tanto più laddove si ricorre alla scienza per giustificare la volontà di reprimere il diverso pensare di molte persone che pure compongono la comunità nazionale e internazionale.

Messa al bando di chi non accetta l’attuale narrazione sul Covid

Se dovesse prendere piede tale teoria potrebbero intervenire eventi non precisamente
commendevoli al confronto dei quali l’attuale e sostanziale messa al bando di tutti coloro che la
pensano diversamente sull’ epidemia e su tante altre cose, è bene dirlo, potrebbe sembrare un videogioco.

La voglia di protagonismo dei soliti noti

Noi speriamo di sbagliare e che queste manifestazioni occasionali di un pensiero certamente non
libero siano da ricercarsi nella voglia di protagonismo, questa sì al limite del patologico, dei soliti noti che affollano i talk show e ridondano sulle pagine dei giornali. Tuttavia, fissati come siamo con la storia del secolo scorso, non riusciamo a liberarci da un ricordo.

L’esempio di Ezra Pound

Alla fine della seconda guerra mondiale, il più grande poeta e filosofo oltre che economista e
filologo del ‘900, Ezra Pound, dopo essere stato rinchiuso in una gabbia all’interno di un campo di concentramento vicino Pisa, fu tradotto negli Stati Uniti dove, senza processo, fu rinchiuso per
dodici anni in un manicomio criminale, poi tornò in Italia dove morì anni dopo. Ora riposa a
Venezia, nel cimitero di San Michele.

Ci piace ricordare che durante la sua permanenza in manicomio, erano gli anni della Beat
generation, comparve una scritta, sulle mura del nosocomio, così concepita “Vogliamo Pound
Presidente”. L’episodio è ricordato ne “I vagabondi del Dharma” opera tra le migliori dell’apostolo di quella generazione, Jack Kerouac.

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