Se su Roma Calenda non cede al Pd una ragione ci sarà. E forse interessa anche al centrodestra

lunedì 12 Ottobre 13:58 - di Mario Landolfi
Calenda

Non vorremmo essere nei panni di Carlo Calenda, bersaglio di chissà quali e quante pressioni a candidarsi per riportare il Pd in Campidoglio. Dilemma più cornuto non poteva capitargli: correre per diventare il primo cittadino della Capitale o inseguire l’ambizione di una leadership politica al di fuori degli schemi? Lui dice che ci sta pensando, e fa bene. Il Pd gli ha già pagato il biglietto per Strasburgo e molti suoi esponenti non gli hanno ancora perdonato lo strappo consumato dopo l’accordo con il M5S, quando sfanculò il biforcuto Zingaretti per essersi rimangiato la parola. Nell’occasione si armò di coerenza, lasciando il certo per l’incerto. Ora lo pressano per fargli imboccare il percorso inverso, con l’implicito avvertimento a non tirare troppo la corda coi grillini.

Calenda non disponibile ad «abiure sul governo»

Calenda li detesta come se non più del Cavaliere, che arrivò a scartarli persino come «pulitori dei cessi di Mediaset». Il suo tweet di ieri («se c’è una cosa che una mia eventuale candidatura comporterebbe è evitare la saldatura Pd-Raggi») ha perciò tutta l’aria di una condizione inaccettabile scaricata a bella posta nella trattativa. Un modo, forse, per scrollarsi di dosso la pressione e per costringere Zingaretti a scartarlo per inabilità al ruolo di candidato inclusivo e rispettoso della formula di governo, a lui per altro invisa. Se così fosse, schiverebbe il Campidoglio, ma non risolverebbe i suoi problemi, che sono soprattutto di posizionamento. Già, l’impressione è che Calenda non si sia accorto di essere andato troppo avanti nella sua marcia di distanziamento dagli antichi compagni e di aver suscitato qualche interesse anche tra i moderati. Sarà pure, come dicono, un pariolino de sinistra, ma la provenienza dall’impresa lo fa apprezzare più di qua che di là.

Il duello con Padellaro in difesa dei berlusconiani

Il resto lo ha fatto lui. Nell’approfondimento serale del Tg2 di qualche giorno fa, è arrivato addirittura a rispondere «Di Maio» alla domanda su chi, tra il grillino e Salvini, avrebbe scaraventato giù dalla torre. Era invece a PiazzaPulita quando ha duellato con Antonio Padellaro sul rispetto degli elettori. Il giornalista del Fatto Quotidiano lo pretendeva per quelli pentastellati. E lui, di rimando: «Perché, tu ne hai avuto per i berlusconiani?». Un crescendo che, ospitata dopo ospitata, ha fatto capire che c’è vita anche tra gli schieramenti. Non da poterci stare per sempre, ma quel tanto che basta a capire dove sono meno rare le affinità elettive. E, dal canto suo, il centrodestra farebbe meglio a tener d’occhio a quel che cresce oltre se stesso piuttosto che rincorrere gli improvvisati falegnami delle terze, quarte e quinte gambe della coalizione, insuperabili solo nel ruolo di propagandisti di se stessi e delle loro anemiche sigle.

Zingaretti al bivio tra M5S e Calenda

Un primo passo in questa direzione c’è stato proprio in questi giorni, con l’impegno di Salvini, Meloni e Tajani a scegliere i candidati a sindaco delle grandi città al voto nella prossima primavera, attingendo da un cesto diverso da quello della stretta militanza di partito. Era ora. Se basterà anche a vincere lo scopriremo soprattutto a Roma, il test più sorvegliato dalla stampa nazionale. Ieri il Corriere della Sera parlava di uno Zingaretti al «bivio tra Calenda e il M5S», descrivendo il leader del Pd come stretto tra la necessità di riconquistare il Campidoglio e quella di tenere compatta la maggioranza di governo. Ad ostruire la sua strada c’è però il macigno Virginia Raggi, praticamente intoccabile dopo l’imprimatur di Grillo alla sua ricandidatura. Se n’è accorto ieri lo stesso Di Maio, aggredito dalla fronda interna solo per aver pronunciato un «non mi fossilizzerei» in cui qualcuno ha voluto intravedere l’annuncio del benservito alla sindaca.

La mossa del cavallo

Un clima che complica, e di molto, la strategia di Zingaretti. Così come il «non esiste» tuittato in mattinata dallo stesso Calenda a chi gli chiedeva di «ammorbidire i toni verso il governo». Ciò nonostante il Pd esita ad archiviarne il nome. Perché? Evidentemente, Zingaretti ritiene prioritario in questa fase attrarre consenso moderato piuttosto che inseguire l’intesa con i Cinquestelle, almeno fino a quando resteranno arroccati a difesa della Raggi. Ma questo è l’identico motivo che impone al centrodestra di non restare indifferente a quel che si muove nel campo avverso. Tanto più che per le cose appena ricordate, l’asse Calenda-Pd-M5S presenterebbe tratti di autentica oscenità politica. Persino molti di più di quanti ne evidenzierebbe un’intesa tra Azione e il centrodestra, che almeno condividono l’opposizione a Conte. Un intreccio di  convenienze che trasforma la battaglia elettorale di Roma in una complicatissima partita a scacchi. La vince chi meglio azzeccherà la mossa del cavallo.

 

 

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