Nobel per la Medicina agli scopritori del virus dell’Epatite C. Ora è curabile grazie a loro

5 Ott 2020 17:17 - di Penelope Corrado
Epatite C, Nobel

L’assegnazione del premio Nobel per la Medicina agli scopritori del virus della Epatite C (Hcv), Harvey J. Alter, Michael Houghton e Charles M. Rice, ha avuto effetti straordinari anche per l’Italia.

E’ entusiasta Antonio Gasbarrini, ordinario di Medicina interna all’Università Cattolica, campus di Roma e direttore del Dipartimento Scienze mediche e chirurgiche della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs.  Una scoperta “rivoluzionaria per l’Italia, duramente colpita da questa malattia. Aver individuato la causa di queste epatiti” prima ‘misteriose’ “ha modificato la gestione di moltissimi malati, ma soprattutto ha portato all’esplosione della ricerca e alla scoperta dei nuovi antivirali diretti”, i farmaci ‘gioiello’ contro l’epatite C che oggi “consentono di eradicare la malattia in oltre il 90% dei casi dopo solo 8 settimane di terapia orale”.

Nobel per la Medicina: gli effetti sull’Italia

Per capire la portata di questa scoperta “bisogna fare un passo indietro: fino agli anni ’80 l’epatite C non si conosceva e si parlava di casi di epatite ‘non A e non B’. Dopo la scoperta di questi ricercatori, si è capito che il 70-80% dei casi di epatite era di origine virale”. Ma in che modo si trasmetteva il virus C? “Rapporti sessuali non protetti, trasfusioni di sangue, utilizzo di siringhe di vetro, pratiche di sterilizzazione non adeguate, interventi chirurgici. Così nel nostro Paese c’è stata un’endemia di epatite C tra gli anni ’50 e i ’70. La scoperta del virus ci ha permesso finalmente di andare a cercare il virus, identificando i pazienti e contrastando la trasmissione dell’infezione”.

Così hanno scoperto il virus della Epatite C

Poi “è esplosa la ricerca: negli anni ’90-2005 c’è stata la stagione dell’interferone. Poi la rivoluzione: i nuovi antivirali diretti dal 2008 hanno cambiato la storia della malattia. Ora abbiamo la seconda generazione di questi farmaci, in grado di eradicare l’epatite C in oltre il 90% dei casi”.

Ma allora la partita contro il virus è finita? “Ancora no, anche se l’Italia – riflette Gasbarrini – ha avviato una massiccia campagna di eradicazione nazionale che ha permesso di individuare e trattare centinaia di migliaia di persone. Ancora si stimano 2-300.000 persone infette da trattare nel nostro Paese; alcune non sanno di essere malate, altre sono state identificate ma non ‘agganciate’ ai centri specializzati per il trattamento. Quello che si deve fare ora, almeno nel nostro Paese, è identificare gli infetti ‘nascosti’, collegarli ai centri e trattarli”.

“Dobbiamo pensare che, prima dei nuovi farmaci, l’inevitabile evoluzione della malattia prevedeva cirrosi epatica e cancro al fegato. Ora però dobbiamo fare il vero salto: identificare i pazienti nei Sert e nelle carceri, dove il tasso di Hcv è ancora molto alto, e trattarli”. Forse l’epatite C non potrà essere del tutto cancellata, “perché basta un caso non noto per avviare una catena di contagi, ma ormai questa malattia può essere curata, oltretutto con un notevole risparmio per il Ssn se si pensa che questi pazienti non andranno più incontro a patologie oncologiche o a trapianti. E ben sapendo che tutto questo sarebbe stato impossibile senza la scoperta del virus”.

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