Giano Accame, la vita e l’idea. Oltre le commemorazioni, proviamo a mettere a frutto la sua eredità

sabato 17 Ottobre 14:14 - di Annalisa Terranova
Giano Accame

Giano Accame era un intellettuale. Senza aggettivi. Una figura che conferma un sospetto diventato poi certezza: la destra ha avuto pochi intellettuali, forse dall’altra parte ce ne sono e ce ne sono stati sicuramente di più. Ma quelli che hanno nutrito la comunità racchiusa sotto un’etichetta labile ma ancora non sostituita – la comunità della destra – valevano per dieci. Accame era uno di questi intellettuali. 

E’ un peccato che non vi sia un centro studi a lui dedicato, visto che era anche un economista attento e propositivo. Un peccato ma anche questo è vizio antico della destra: dove si ama la memoria, il ricordo, l’omaggio postumo ma affidato alle emozioni più che allo studio, all’analisi, agli archivi. Sta tutto dentro i “cuori neri” ma non si pensa a tramandarlo. Peccato.

Così per Giano Accame il figlio Nicolò, assieme a Marcello De Angelis, ha pensato nel decennale della morte a un libro (Giano Accame. La vita, l’idea, ediz. Eclettica) che ne raccogliesse gli articoli apparsi sulla rivista Area. Un testo arricchito dalle testimonianze di altri intellettuali e giornalisti che nel tempo lo avevano conosciuto e apprezzato. E corredato da una serie di fotografie che colgono aspetti privati della sua vita ma anche momenti fondamentali. C’è anche la locandina della poderosa mostra che proprio Giano Accame curò a Roma nel 1984: L’Economia italiana tra le due guerre 1919-1939. Una mostra voluta dal vicesindaco socialista di Roma Pierluigi Severi e ospitata al Colosseo. Vi collaborò un altro ex repubblichino: Gaetano Rasi.

Un’iniziativa che oggi, con il minimalismo politico che ha prodotto una sindaca di nome Virginia Raggi e che vede la memoria storica del fascismo intrappolata tra gli strilli infantili degli opposti isterismi, non sarebbe neanche lontanamente immaginabile.

Accame fu direttore del Secolo d’Italia (sognava di trasformarlo in un giornale di commenti e provocazioni sfidando la pigrizia degli apparati di partito e anche di qualche redattore) ma non fu uomo di partito. Anzi con l’età si concesse il lusso di dire quello che pensava. Infiammò la platea collerica accorsa all’Hotel Hilton per ribellarsi alla svolta di Fini sul fascismo “male assoluto”. Senza gli insulti che oggi piacciono tanto al “popolo del web”. Disse solo che Fini non si doveva permettere, che non era all’altezza di un giudizio così drastico.

Intellettuale, giornalista, ma anche storico. Pochi sanno che Accame pubblicò una densa e documentata “Storia della Repubblica” (di recente riproposta dalla casa editrice Oaks) che si affianca al suo saggio più famoso “Socialismo tricolore” nel quale immaginava l’ingresso della destra in uno schieramento nazionalista che ricomponesse la scissione del ’14, che vide Mussolini allontanarsi dal socialismo per scegliere l’interventismo. E poi c’è il libro postumo, il libro-testamento La morte dei fascisti (Mursia) che va a completare la sua visione affiancandosi al più famoso Il fascismo immenso e rosso, che mette a fuoco il romanticismo fascista di Brasillach e Drieu la Rochelle.

Infine, Accame era un bibliofilo raffinato. Di lui ebbe a dire Giampiero Mughini: “Mi mancheranno gli incontri con lui nelle librerie antiquarie di Roma“. Lo stesso annotò Filippo Ceccarelli scrivendo della sua morte: “Lo si incontrava distratto per le vie del centro, o concentratissimo in libreria“.

Ma perché, in definitiva, Accame può dirsi in qualche modo maestro da non dimenticare? Semplice: perché in lui si configurava la sintesi tra il richiamo alle radici e la voglia di far uscire la destra dal letargo.

Sintesi che sono state possibili e visibili solo in chi – come Accame – andò volontario a Salò in una guerra già perduta. Altro insegnamento di Accame:  il peso della sconfitta deve diventare leggero, deve diventare storia. La destra allora, nell’affacciarsi al futuro e evitando scorciatoie nostalgiche può concentrare i riflettori su un patrimonio di idee di cui Accame è stato generoso latore. Una su tutte: non appiattirsi nell’accettazione acritica del capitalismo globale ma saperne vedere i limiti e le storture, per correggerli attraverso la rivoluzione non cruenta cui tanti si sentono chiamati: quella che si fa coi libri, con le idee, con le proposte culturali. Quando la destra chiamò tutto ciò metapolitica Accame stava da quella parte. Se si recupera quella “bandiera”, ci sarà ancora. In spirito. Presente.

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