Willy, parla l’agente: «Mi massacrarono di botte per la mascherina. Nessuno disse una parola»

mercoledì 9 settembre 13:22 - di Gabriele Alberti
Willy Monteiro

“La mia unica colpa è quella di avergli detto di indossare la mascherina”. L‘agente della municipale di Artena Sandro Latini, racconta in un’intervista al Corriere della Sera, il massacro di botte subito  il 21 agosto scorso da parte delle quattro belve fermate per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte  a Colleferro. Nel silenzio più assoluto.

“Io massacrato dalle belve: nessuno si è mosso”

Mario Pincarelli,  Francesco Belleggia e i fratelli  Bianchi erano nella piazza della cittadina quando lui si è avvicinato a loro.  “Stavamo facendo i controlli anti-Covid in piazza De Angelis quando”, racconta l’agente, “Pincarelli mi ha prima spinto in terra e picchiato urlando sei una m…. perché gli avevo detto che era obbligatorio indossare il dispositivo di sicurezza”. I comportamenti violenti erano una costante del loro stile di vita. La custodia cautelare in carcere è stata confermata nella mattinata per tre dei quattro fermati, uno di loro va ai domiciliari. Si professano innocenti. Ma le testimonianze e i fatti raccontano una realtà ben diversa.

Omicidio Willy: “Gente così si sente invincibile”

L’aggressione al vigile Sandro Latini non ha avuto alcun effetto. A farlo notare è  il sindaco di Colleferro Felicetto Angelini. Quell’episodio non ha portato porta  neppure un fermo, nonostante sia stata aperta un’inchiesta da parte della Procura di Velletri. Il racconto dell’agente della polizia municipale di Artena, è allarmante: “Nessuno  si è mosso, nessuno è intervenuto”, racconta lasciando intendere che intorno all’agire violento e intimidatorio dei quattro delinquenti c’era un alone di intoccabilità, di paura. “Gente così – commenta al Corriere – si sente invincibile. Fortunatamente se l’è presa solo con me e non con la mia collega che era parcheggiata poco distante”.  Sono poi intervenuti  altri colleghi e alla fine ci fu  l’identificazione di Pincarelli.

I fratelli Bianchi furono cacciati dalla palestra di boxe

Quanto ai fratelli Bianchi,  alla palestra Volsca, uno dei centri di boxe più noti dei Castelli Romani, li conoscevano bene. “I fratelli Bianchi? Sì li conosciamo. Ma qui, nella nostra palestra, ha messo piede solo il primo, Gabriele, e per un anno appena. Era il 2018 poi lo abbiamo gentilmente invitato a lasciarci; all’altro, a Marco, il più piccolo non lo abbiamo tesserato”. E’ il racconto che ha fatto al Messaggero  Angelo Feuda istruttore di pugilato nella palestra. Che li aveva messi alla porta “perché tutti sapevano qui in paese e nell’area dei Castelli romani che sono violenti. Non rispettano i principi veri del pugilato e delle arti marziali; che non prevedono attacchi ma lealtà e difesa. Lui saltava gli allenamenti, arrivava in ritardo, si applicava come voleva lui e per me questo era impensabile”.

“Ecco chi sono: quell’incontro finito in rissa”

Un episodio su tutti, l’umiliazione dello sconfitto. “Marco Bianchi – racconta l’istruttore al quotidiano romano –  fece parlare di sé nel dicembre del 2019 in occasione di uno dei match a cui partecipò come professionista per un evento di Arena 27 a Roma contro lo sfidante Giordano Spalletti. Lo mise ko, ma l’esultanza fu decisamente scomposta. Sul ring salirono i suoi amici, la sua gang, a umiliare e a farsi selfie mentre l’altro atleta era a terra stordito. Un episodio che finì in rissa…”.

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