Le mire politiche della Cina: ecco cosa rischiamo dalle relazioni economiche con Pechino

martedì 1 settembre 17:14 - di Antonio Saccà
Cina

Il fascicolo 346, anno 87, della nota e antica Rivista di Studi Politici Internazionali, diretta con rigore qualitativo, da Maria Grazia Melchionni, appena uscita, contiene, tra i vari testi un saggio di Giulio Terzi di Sant’Agata e Andrea Merlo di estrema attualità e gravità. Presi dal Virus dimentichiamo che la politica esiste, che il mondo si muove e taluni paesi si muovono estremamente e tra questi paesi si muove massimamente la Cina, la quale ha mezzi, potenza e volontà di dominio. Giulio Terzi e Andrea Merlo precisano che a differenza di quanto si ritiene la Cina usa l’economia per la politica non la politica per l’economia. E’ una notazione apprezzabile. La Cina ha costruito la potenza economica per diventare potenza politica. Vi è differenza: la potenza economica invade i mercati, la potenza politica è più comprendente, va oltre l’economia, è una sorta di potere assoluto che lascia poco spazio alle nazioni subalterne. Lo vediamo del resto con Hong Kong. Gli Autori bene fanno a distinguere: è un’illusione credere che i rapporti economici della Cina e con la Cina si svincolano da effetti politici, la Cina usa i rapporti economici per fini politici.

Le mire della Cina

Per intenderci, l’espansione eventuale dei nostri rapporti economici finirebbe con il suscitare una dipendenza con effetti politici inevitabili: poniamo un allentamento dei legami atlantici, non soltanto, anche sul terreno culturale, critico nei confronti del totalitarismo cinese. E’una situazione che coinvolge specialmente gli Stati Uniti, i quali di recente hanno appunto compreso come il risultato dei rapporti economici era mirato al dominio politico della Cina. Si potrebbe dire che per tutti è così? Non credo. In ogni caso lo è per la Cina. Un testo opportuno.

Attenzione alle reti 5G

Michail O’Neill scrive sui rapporti dell’Inghilterra con la Russia, molto problematici. Ritiene, ed è vero, né lo saranno meno ora che l’Inghilterra si è staccata dall’Unione Europea. Persino durante la Seconda Guerra Mondiale l’Inghilterra fu diffidente con l’Unione Sovietica più degli Stati Uniti. La Russia, anche se non Unione Sovietica, fa paura all’Europa: troppo grande per essere all’interno dell’Europa, quindi posta all’esterno. Soltanto Charles de Gaulle ebbe la visione di una Europa comprendente la Russia. Oggi l’idea è riproposta da altri. Umberto Montuoro scrive sulle reti 5G e ripropone in qualche modo il problema dei rapporti con la Cina. Non si tratta di ricevere soltanto una tecnologia, nessuno si deve illudere che il 5G preso dalla Cina sia neutro. E’ preso, appunto, dalla Cina, con tutto ciò che ne consegue. Giovanni Patriarca espone un argomento interessante e non consueto, rievoca le tesi famose di Ibn Khaldun, un pensatore tunisino di nobile famiglia, il quale tra la fine del XIV socolo e l’inizio del XV ebbe rilevanti incarichi pure alle corti europee e finanche da Tamerlano. Fu storico molto veritiero e da taluni considerato fondatore della sociologia e persino influente su Machiavelli,Vico, Hegel. Di sicuro la sua convinzione del mutamento , della storia come mutamento sociale è rilevante. Paolo Rognoni rileva la discrasia tra politica e scienza, a suo giudizio la politica è arretrata rispetto alla scienza, ad esempio con riguardo all’ambiente. Varie rubriche e le recenzioni di Chiara d’Auria, Giorgio Bosco, Federico Scarano concludono il fascicolo.

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