C’è un film accusato di sdoganare la pedofilia ma sui social si fa la crociata contro il film di Vanzina

sabato 19 Settembre 15:04 - di

Dio mio, un film sul Covid, che onta, che cattivo gusto. Come si permette quel Vanzina, che è pure destrorso, non sia mai… Questa, in sintesi, l’accoglienza sui social al film in cui Enrico Vanzina debutta come regista. Si chiama Lockdown all’italiana e parla di due coppie che “scoppiano” ma che sono costrette a stare insieme per via della quarantena. Il tema è questo, dunque. L’intento è sdrammatizzare il buio periodo dell’emergenza Covid. Ma per molti si tratterebbe di una mancanza di rispetto ai 35mila morti di coronavirus. Insomma: non si può e non si deve ridere su una tragedia.

Una forzatura ideologica

Chiaramente, è una forzatura ancora una volta ideologica. Non si contano le imitazioni di Maurizio Crozza che hanno al centro il virus. Per non parlare dei video dei The Jackal. E senza dimenticare i canti e i balli sui balconi. Perché allora Enrico Vanzina non può? Perché tutto ciò che sa vagamente di nazionalpopolare non piace agli opinionisti mainstream aiutati, in questo caso, anche dalla cognata Lisa Vanzina che è stata tra i primi a scagliarsi contro il film. E il bello è che tutto ciò è accaduto quando ancora il film nessuno lo ha visto perché esce il 15 ottobre. E’ bastata la locandina per scatenare l’inferno…

Il tribunale dei social secerne la nuova morale

Ancora una volta i social diventano un tribunale informe che punta l’indice a casaccio contro il malcapitato di turno per secernere una nuova, pelosa, morale cui gli influencer e i blogger di grido si accodano volentieri, pur di restare sulla scia. Un nome su tutti: Selvaggia Lucarelli, la quale ha da insegnare attraverso un tweet all’ora come si campa. E figuriamoci se non aveva da ridire su un film che per lei rappresenta la “grande bruttezza”.

Il mancato dibattito sul film “Cuties”

Nessuno che si prenda la briga invece di discutere di un film che davvero rispecchia il lato oscuro e repellente del mondo che viviamo. Parliamo del film Cuties, distribuito su Netflix, una commedia della regista debuttante franco-senegalese Maimouna Doucouré. Racconta di una bambina di 11 anni che cerca attraverso la danza di allontanarsi dalla cultura musulmana della famiglia di origine.

Scene con bambine ammiccanti

Nel film vi sono immagini e scene che alludendo alla precoce sessualizzazione delle ragazzine di fatto risultano compiacenti verso gli istinti dei pedofili. La stessa locandina del film, dove le protagoniste appaiono in abiti succinti e in pose provocanti, ha scandalizzato a tal punto il pubblico americano che Netflix ha dovuto ritirarla. Scrive Rolling Stone:Alle critiche s’aggiunge la voce secondo la quale, durante i casting, 650 ragazzine hanno dovuto twerkare in reggiseno davanti (pare) a una crew di (presunti) uomini, una situazione giudicata al limite del criminale. Gli offesi ovviamente se la sono presa con Netflix, e nessuno ha avuto l’ardire di tirare in ballo la regista: Maïmouna Doucouré d’altronde è donna (venti punti sulla scala dell’intoccabilità), Maïmouna Doucouré è nera (la scala dei punti è impazzita)“.

Vanzina nel mirino perché non è di sinistra

Ora, può essere vero che la regista in realtà abbia voluto denunciare l’iper-sessualizzazione dei bambini chiamando i genitori a una riflessione seria sull’argomento. Il dibattito è aperto. Ma il punto è che i social in Italia hanno ignorato il tema facendo diventare centrali, anche per i media che ormai seguono i social come pecore, questioni del tutto marginali come appunto la commedia di Vanzina, bocciata a priori perché si ritiene che a vedere i suoi film ci vadano quelli che non votano a sinistra.

Anche la creatività deve porsi dei limiti

Senza dimenticare poi un’altra sfaccettatura di tutta la vicenda, messa in luce su Avvenire da Massimo Calvi: “E’ noto che il business delle piattaforme tv in streaming, bisognose di continui abbonamenti per reggere i costi delle produzioni, si regge in gran parte proprio sullo spostamento continuo dei limiti in fatto di creatività, ma anche di violenza, trasgressione e morbosità, non potendo offrire contenuti ancora più espliciti”. 

Ecco, se proprio si vuole un dibattito pubblico su un film, che avvenga su questioni serie e vere. Non sulle commedie all’italiana.

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