Referendum, Di Maio corre in soccorso di Zingaretti: «Legge elettorale entro l’estate»

giovedì 27 agosto 17:52 - di Valerio Falerni
Referendum

Probabilmente lo aveva immaginato come una cavalcata trionfale. Invece, il referendum taglia-onorevoli si sta rivelando più ostico del previsto. È anche per questo che Luigi Di Maio ha abbassato cresta e toni nel tentativo di trascinare tutto il Pd sull’affollato fronte del “sì” che già vede schierati ufficialmente, oltre al M5S, Lega, FdI e mezza Forza Italia. L’occasione gliel’ha offerta l’intervista al Corriere della Sera. E già questa è una stranezza: in nessuna parte d’Europa o del mondo c’è in questo momento un ministro degli Esteri che parla di questioni interne invece che di Bielorussia, Hong Kong, Turchia e Libia. Ma lasciamo stare e torniamo al recupero del Pd.

L’ex-capo del M5S intervistato dal “Corsera”

Per centrare il suo obiettivo l’ex-capo politico dei 5Stelle doveva fare un doppio passo: staccare la griffe grillina dal referendum e ribadire il suo “sì” alla nuova legge elettorale, come chiesto da Zingaretti. Di Maio ha fatto l’uno e altro. E così la sforbiciata anti-onorevoli ha cessato di essere l’ennesimo scalpo della Casta strappato dai grillini per trasformarsi in un risultato condiviso da un amplissimo fronte parlamentare. E poi ha elevato a priorità la riforma del sistema di voto nonostante l’impennata dei contagi, la crisi, la scuola e la cassa integrazione a singhiozzo. È il motivo per il quale è nato il Conte-bis. E Di Maio non lo nega: «Per noi quel patto va rispettato. Siamo pronti a votare una nuova legge elettorale già prima della fine dell’estate. Se c’è qualcuno che frena non siamo certo noi».

L’esito del referendum ora è contendibile

In realtà, è meno facile di quanto il ministro voglia far credere. Italia Viva e Leu sono sul piede di guerra. Lo sbarramento al 5 per cento sarebbe loro letale. Chi frigge sulla graticola è il Pd. Fintanto che non si sblocca l’impasse sulla legge elettorale, il partito resta paralizzato dai veti incrociati ad opra dei sostenitori del “” e del “no“. In queste condizioni, neppure l’annunciata Direzione nazionale riuscirà a cavare le castagne dal fuoco. Nel frattempo, è il fronte del “no” ad allargarsi. Non al punto da mettere in discussione l’esito finale del referendum, ma – come ha scritto Marco Follini sull’Huffington Post – per renderlo almeno contendibile. Certe sconfitte, si sa, somigliano a vere e proprie vittorie.

 

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