Il governo Conte fa infuriare anche gli psicologi: bufera e caos sulle prove di abilitazione

giovedì 16 luglio 15:01 - di Marta Lima

Sono circa 10.000 i laureati in psicologia che da mesi protestano per chiedere una riformulazione dell’esame di Stato, modificato a seguito dell’emergenza Covid e che oggi (nel caos di date, orari e commissioni) si stanno sottoponendo alle prove di abilitazione in un clima di protesta nei confronti del governo. Sia sulle modalità delle prove che sul riconoscimento della professione.

Nonostante le mediazioni di questi ultimi giorni con il capo di gabinetto di Conte e con il ministro Speranza, nessuna apertura è arrivata nel nuovo Dpcm, pare a causa di un veto di un consulente del ministro dell’Istruzione, la solita contestatissima Lucia Azzolina.

“Non ci battiamo solo per le modalità dell’esame, ma anche er il riconoscimento della dignità della nostra professione. È inaccettabile, infatti, ritrovarsi costretti ad affrontare in modo così caotico un momento importante del nostro percorso professionale, per il quale abbiamo lavorato duro nel corso degli anni”, piegano Patrick Fabbri e Davide Pirrone, due dei rappresentanti del movimento spontaneo.

L’allarme e la protesta degli psicologi

“Il tempo sta per scadere, ma le istituzioni ci hanno lasciati soli e in una situazione di totale incertezza”: è un vero e proprio grido di allarme, quello dei laureati in Psicologia in procinto di dover affrontare l’esame di abilitazione professionale.
È l’ultimo capitolo di una lotta che va avanti da quattro mesi e che, come spiegano i portavoce, coinvolge circa 10mila abilitandi in psicologia, con una mobilitazione che non ha precedenti nella storia di questa professione. Al centro della protesta ci sono le modifiche alle modalità di svolgimento dell’esame di abilitazione professionale: un cambiamento che è stato necessario a seguito dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia, ma che viene giudicata farraginosa e assolutamente non adeguata. Un epilogo risolutivo non sembra arrivare, mentre si avvicina sempre di più la data di inizio della prossima sessione, spostata dal 16 giugno al 16 luglio a causa delle misure anti-covid.

Il coronavirus egli esami di abilitazione

“Prima del coronavirus – spiegano i rappresentati del movimento spontaneo – il nostro esame di abilitazione consisteva in tre prove scritte più un colloquio orale. Per potervi accedere era necessario un tirocinio professionalizzante di 1000 ore distribuite in due semestri e si trattava di prove complesse e impegnative: una sulla psicologia generale, una  dedicata alla progettazione di un intervento, una terza incentrata sull’analisi di un caso clinico reale, seguite poi da un colloquio orale sull’analisi del tirocinio, sulla conoscenza e sulla capacità di applicazione del codice deontologico. Adesso, invece, tutto verrebbe sostituito da un colloquio telematico di cui non sono chiare né le modalità né i tempi, e sostanzialmente ci apprestiamo ad affrontare un’esame al buio, senza sapere a che tipo di prova andremo incontro”.

La protesta sotto le finestre di Montecitorio

L’apice della protesta è stato raggiunto con la manifestazione in piazza Montecitorio dello scorso 12 giugno, ai quali erano seguiti incontri con il ministro Ministro dell’Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi, e con i rappresentanti del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi.
Eppure, spiegano i portavoce, tutto ciò a cui si è arrivati è una serie di linee guida non vincolanti presentate alcuni giorni fa da parte dell’Ordine degli Psicologi e seguite da una nota del Ministero che invita ad attenersi a tale documento.
“La nostra proposta – spiegano Patrick Fabbri e Davide Pirrone – era quella di fare  ciò che si è fatto per medici e infermieri a seguito della pandemia, ovvero equiparare il tirocinio professionalizzante all’esame di Stato. Anche perché, dopo il decreto Lorenzin del 2018, la Psicologia ha acquisito a tutti gli effetti lo status di professione sanitaria. Ci è stato  risposto, però, che non era possibile. A quel punto abbiamo chiesto di poter svolgere il colloquio telematico secondo le modalità di quella che precedentemente era la prova orale, con la possibilità per i commissari di aggiungere domande sulla teoria, ma dando sostanzialmente per assodate le conoscenze oggetto delle prime tre prove scritte: materie e tematiche che, del resto, sono già state valutate ampiamente e ripetutamente durante tutto il percorso di studi universitari. È impensabile, infatti, l’idea di poter concentrare in una videochiamata di mezz’ora quattro prove così articolate, senza che ne scaturisca un caos. Al momento, però, nessuno sembra volerci ascoltare”.

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