“I diavoli neri”: 27 anni fa la battaglia al checkpoint Pasta a Mogadiscio

giovedì 2 luglio 11:28 - di Giampiero Cannella
diavoli neri

Sono trascorsi ventisette anni dalla battaglia del checkpoint Pasta a Mogadiscio. Il 2 luglio 1993 è ora raccontato da uno dei principali protagonisti di quell’evento, il generale Paolo Riccò, attuale comandante della Brigata dell’Aves, l’Aviazione dell’esercito, ma allora capitano dei parà della Folgore. L’ufficiale ha affidato ad un libro dal titolo “I Diavoli Neri” (Edizioni Longanesi) il ricordo di quella drammatica giornata e la testimonianza del valore dei militari impegnati nello scontro. Ma il volume è anche e soprattutto lo strumento per onorare la memoria del giovane paracadutista caduto sotto il fuoco nemico, il caporale Pasquale Baccaro.

Quel giorno l’Esercito italiano si trovò, per la prima volta dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, impegnato in un combattimento contro i miliziani somali nell’ormai tristemente famoso checkpoint Pasta. Ad essere coinvolti in quelle drammatiche ore furono i soldati della missione di pace voluta dalle Nazioni Unite in una Somalia dilaniata dalla guerra civile tra clan rivali.

I soldati italiani in Somalia erano inquadrati nell’Operazione Ibis. L’Italia aveva inviato il meglio di cui allora disponessero le nostre Forze Armate, i paracadutisti della Brigata Folgore, i marò del San Marco, i carristi della Brigata Ariete, i Lancieri di Montebello e ancora gli incursori del Col Moschin e del Comsubin insieme ai carabinieri paracadutisti del Tuscania. Un contingente nutrito, ma formato per lo più da militari di leva e quasi tutti con nessuna esperienza in teatri operativi ad alto rischio. Armi ed equipaggiamenti non erano certamente quelli attualmente utilizzati in Iraq o Afghanistan. La Somalia fu quindi un banco di prova per i soldati, ma soprattutto per gli ufficiali, nessuno di loro aveva mai sentito fischiare davvero le pallottole nemiche.

Quella mattina fu uno choc per tutti, il più brutto risveglio possibile da un sonno popolato da illusioni, la più grande di tutte quella che a noi Italiani, che eravamo lì per aiutare la popolazione civile, distribuire viveri e che non avevamo preso le parti di alcuna delle fazioni in campo, non poteva accadere nulla. La realtà piombò addosso ai nostri militari sotto forma di una imboscata nel centro di Mogadiscio, nei pressi del checkpoint denominato Pasta, dal nome di una vecchia fabbrica di pasta Barilla presente nelle vicinanze. Fu una battaglia vera in cui persero la vita tre militari italiani, il sergente degli incursori del Col Moschin Stefano Paolicchi, il caporale dei parà Pasquale Baccaro e il sottotenente dei Lancieri Montebello Andrea Millevoi. Oltre una ventina furono i feriti, alcuni portano ancora oggi i segni di quella giornata, uno di questi è il sottotenenteparà Gianfranco Paglia, medaglia d’Oro al Valor militare. Sorpresi dalla reazione italiana, i miliziani somali pagarono a carissimo prezzo il loro attacco,impossibile avere un bilancio ufficiale, ma le i guerriglieri lamentarono alcune centinaia di caduti.

Tutto questo e molto altro è contenuto nel libro del generale Riccò curato dal giornalista Meo Ponte. Il titolo “I Diavoli Neri” prende il nome dal reparto allora comandato dall’autorecon i gradi di capitano, la XV Compagnia “Diavoli Neri” del 186° Reggimento paracadutisti Folgore di Siena, erede del 5° Battaglione El Alamein. Riccò, che per il suo comportamento in battaglia si è meritato la medaglia di Bronzo al Valor militare, ha deciso di raccontare tutto per obbedire ad un obbligo morale dettato dalla sua coscienza.

“Sono invecchiato lasciando che il silenzio della storia avvolgesse quei fatti ormai lontani – scrive nelle prime pagine -. Ora il segno che mi ha lasciato quel giorno sul collo una delle pallottole sparatemi a bruciapelo da un miliziano somalo pare prudere più del solito quando la sfioro. Come se volesse ricordarmi che ho ancora una missione da compiere: raccontare la vera storia della battaglia del checkpoint ‘Pasta’. Una missione – spiega Riccò – che mi diedi quando sotto il fuoco raccolsi l’ultimo respiro del paracadutista Pasquale Baccaro. Vedendolo morire senza poter far nulla per salvarlo, promisi a me stesso che non avrei lasciato che il valore dimostrato da lui e dai miei paracadutisti venisse dimenticato. Ora è venuto il momento di ricordare cosa avvenne davvero il 2 luglio del 1993 nelle strade di Mogadiscio”.

Il racconto, dettagliatissimo e crudo è la cronaca di incredibili atti di valore compiuti da soldati diventati improvvisamente, e loro malgrado, guerrieri. I “Diavoli Neri” reagirono con coraggio ed efficacia all’attacco grazie al duro addestramento imposto in Patria da Riccò. Completamente circondati dai ribelli somali, furono bersagliati da ogni parte con armi automatiche pesanti e razzi. I miliziani cercavano il massacro per dare un esempio al contingente Onu. La risposta degli uomini della Folgore fu per loro inaspettata e violentissima. Ma la retorica da film americano è lontana dalla narrazione del libro. L’autore rivela tutto senza veli e omissioni. Gli atti di coraggio degli uomini sotto il fuoco nemico, ma anche gli errori di valutazione di celebrati comandanti e il panico di alcuni militari paralizzati dalla paura. La sintesi migliore per comprendere il messaggio che è contenuto nel volume-testimonianza è nel murale che Riccò fece realizzare nell’accampamento del Raggruppamento “Bravo” da cui dipendevano i suoi “Diavoli”. a Balad: “2 luglio 1993 – In questo maledetto giorno al Pastificio eravamo in tanti ma pochi spararono. La XV C. Diavoli Neri aprì il fuoco per prima, ripiegò per ultima lasciando sul campo numerosi morti e feriti nemici. Purtroppo, all’adunata del mattino successivo il par. Baccaro Pasquale non era presente”. Non occorre aggiungere altro.

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