Slitta il processo a Brescia per la morte di Sana: gli assassini sono fuggiti in Pakistan

martedì 30 giugno 18:11 - di Laura Ferrari

È stato rinviato al 3 novembre il processo nei confronti del fratello e del padre di Sana Cheema. Tutti i giornali parlarono della cittadina italiana di origini pakistane uccisa nell’aprile del 2018 perché, secondo l’accusa, voleva sposare il fidanzato di Brescia contro il parere della famiglia. L’udienza è slittata perché i due imputati sono irreperibili. In Pakistan i due uomini sono uomini liberi. I giduci li hanno assolti per carenza di prove e assenza di testimoni. Dura la reazione della Lega: “A quanto pare – osserva il consigliere lombardo leghista Francesca Ceruti, bresciana – c’è chi pensa che l’impunità passa attraverso la fuga. Lo avevamo già anticipato nei mesi scorsi, quando avevamo denunciato il fatto che gli indagati per l’omicidio di Sana Cheema non si trovavano e il processo in Italia rischiava di non partire. Ora il copione, tristemente già visto, si replica. Il padre e il fratello della giovane, uccisa strangolata perché colpevole di voler vivere all’occidentale, sono irreperibili e potrebbero farla franca”.

“Così gli assassini di Sana la faranno franca”

“A Brescia – conclude Ceruti – troppe donne che volevano integrarsi con la nostra cultura sono morte. Mi auguro che il caso di Sana non crei un precedente e che le nostre autorità. E grazie al sistema di intelligence molto efficiente riesca a rintracciare gli imputati per consentire di essere sottoposti ad un giusto processo. Per Sana e per tutte le donne uccise violentemente”.

“Strangolata perché voleva sposare un italiano”

I due cittadini pakistani «sono accusati di aver cagionato la morte di Sana per asfissia meccanica violenta mediante strangolamento», ha spiegato il Procuratore generale Dell’Osso.

I due avrebbero agito con l’aggravante della premeditazione. Solo il padre di Sana è anche accusato di maltrattamenti in famiglia «per aver maltrattato la figlia Sana rimproverandola aspramente per il suo modo di vivere in contrasto con le tradizioni della famiglia e della casta. Il 20 novembre – ha spiegato Dell’Osso – l’aveva anche picchiata con un oggetto in legno mentre una volta in Pakistan le aveva tolto il passaporto per non farla tornare in Italia».

Commenti

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  • Paolo Sardi 30 giugno 2020

    È una sconfitta della giustizia ma se pensate che gli assassini saranno costretti a vivere in un paese straccio e come il Pakistan mentre nelle galere Italiane avrebbero villeggiato per 7 o 8 anni al massimo, per poi tornare liberi, forse è meglio così

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