Tornano i focolai del virus in Cina, si teme una seconda ondata di contagi

lunedì 11 maggio 13:31 - di Redazione

Si teme una seconda ondata di contagi in Cina, il primo Paese al mondo a fare i conti con il coronavirus che lentamente prova a tornare alla normalità. Negli ultimi due giorni, le autorità sanitarie hanno segnalato diversi nuovi casi di Covid-19, alimentando i timori – scrive il Global Times – di una seconda ondata nel gigante asiatico che è “riuscito a mettere sotto controllo l’epidemia in tre mesi di duro lavoro”.

Per i cinesi non si tratta di seconda ondata

Per gli esperti cinesi – sottolinea lo stesso giornale, ‘costola’ del Quotidiano del Popolo, megafono del Partito comunista cinese – ‘grappoli’ di casi (cluster) a Wuhan, nella provincia di Hubei, e a Shulan, nella provincia di Jilin, sono “casi sporadici e non implicano necessariamente una seconda ondata”. Da ieri a Wuhan ci sono sei nuovi casi di Covid-19, tutti in precedenza  asintomatici, tutti nella stessa comunità, il quartiere di Sanmin, nel distretto di Dongxihu, che – scrive ancora il giornale – ha alzato oggi il livello di allerta da “basso” a “medio”. Stamani è stato silurato il capo del distretto, Zhang Yuxin.

Allerta massima a Shulan

E da oggi a Shulan è allerta massima dopo la conferma di 13 nuovi casi, tutti probabilmente legati a una 45enne della città. Qui ieri, scrive il giornale, sono arrivati esperti ed epidemiologi della Commissione sanitaria nazionale e del Centro di controllo e prevenzione delle malattie e la città, non lontana dal confine con la Corea del Nord, è in lockdown: stop ai trasporti pubblici, scuole e ristoranti chiusi.

Non necessario un totale lockdown

“Questi casi non significano certamente una seconda ondata – ha detto al Global Times il numero due della Scuola di Sanità Pubblica dell’Università di Pechino, Wang Peiyu – Alla luce della complessità della Covid-19, che ha un periodo di incubazione poco chiaro e spesso senza sintomi, sono abbastanza normali casi sporadici come questi”. E nelle zone con casi “sporadici”, ha sostenuto, non è necessario un “totale lockdown” come quello di gennaio a Wuhan, ma bisogna continuare a lavorare sulla prevenzione, con il controllo della temperatura e il tracciamento dei contatti avuti dai pazienti.

Per Jin Dongyan, docente della Scuola di Scienze biomediche dell’Università di Hong Kong, casi “sporadici” potrebbero continuare a registrarsi in Cina per anni e anche per lui “questo non significa una seconda ondata”, anche se non bisogna abbassare la guardia. “Si può parlare di seconda ondata – ha avvertito in dichiarazioni al giornale – qualora dovesse esserci un’epidemia tanto grave come quella che c’è stata a Wuhan”. Dall’inizio dell’emergenza sanitaria la Cina ha confermato 4.633 decessi e 82.918 contagi (esclusi i soggetti asintomatici), con ben 50.339 casi e 3.869 morti a Wuhan.

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