Mercato e intervento pubblico, il sistema produttivo va cambiato con scelte efficaci

11 Mag 2020 12:00 - di Mario Bozzi Sentieri

Alla vigilia della Fase 2 e della più o meno piena ripresa delle attività economiche, il quesito ricorrente è: tornerà lo Stato imprenditore? Non è un quesito da poco, vista l’eccezionalità della crisi economica e del già grave stato della nostra realtà produttiva. Farne una battaglia ideologica (di qui i paladini del libero mercato dall’altra parte i neobolscevichi statalisti) sarebbe però un errore. Il vero tema è come ed in che misura raddrizzare le vacillanti sorti della nostra economia, individuando strumenti efficaci d’intervento.
Partiamo da un dato di fatto. Il nostro sistema economico, così come quello della maggioranza degli altri Stati europei, non stava proprio, ancora prima dell’emergenza sanitaria, in buona salute. Dal 2008 qualcosa si era inceppato nelle sorti e progressive del neocapitalismo globalizzato, a cui molti avevano creduto, dopo la rottura, nel 1989, del vecchio ordine mondiale.
Tramontata quella d’impronta comunista, l’utopia liberista sembrava vincente su tutta la linea. Così come preconizzato da Francis Fukuyama (La fine della storia e l’ultimo uomo) il turbo liberismo pareva votato a rappresentare l’estremo e più perfetto stadio dell’evoluzione economica mondiale. L’utopia era destinata a realizzarsi nel progresso tecnologico ed industriale, con il capitalismo all’apice dello sviluppo, in un perfetto connubio tra democrazia liberale e democrazia economica, tra libertà ed opportunità individuali.
In realtà l’accelerazione del quadro storico, lungi dall’assumere i tratti della “linearità” – così come teorizzato dopo l’89 – verso il progresso tecnologico-industriale ed il suo corollario politico, rappresentato dal liberalismo assoluto, ha aperto, nel primo ventennio del Terzo Millennio, scenari critici dagli sviluppi tutt’altro che scontati. Il laissez faire laissez passer si è scontrato con la spregiudicatezza degli Stati emergenti (Cina in testa) e la loro capacità invasiva. D’altro canto – ed è storia degli ultimi mesi – il mitico Mercato, di fronte a certe emergenze, ha dimostrato di non avere né prodotti, né soluzioni da offrire, lasciando allo Stato interventista di provvedere: ordinando quarantene, chiudendo le frontiere, limitando le attività economiche, privando i cittadini di alcune libertà costituzionali, intervenendo nei rimpatri, attivando le Forze Armate per gestire le emergenze, fornendo mascherine.
Per le stesse considerazioni, nella fase della “ricostruzione” post pandemia, lo Stato non può esimersi dal farsi carico direttamente (cioè ben oltre gli “incentivi” e le “norme salvagente”) della crisi economica e sociale. Deve farlo – questo è il tema – sulla base di una corretta valutazione del proprio ruolo e ritrovando un’ormai dimenticata vocazione d’indirizzo, riemersa sull’onda dell’emergenza, in grado di programmare le grandi scelte strategiche nazionali in campo economico e sociale, attraverso un’attenta politica previsionale, unita alla partecipazione, sulla base delle competenze, delle categorie produttive. Non serve insomma una qualsiasi “bad company”, attraverso la quale ammortizzare le perdite e gestire le “dismissioni”. Ci vuole qualcosa di più.
La prima necessità è ripensare un progetto aggiornato d’intervento pubblico, un vero e proprio Istituto nazionale (un IRI bis ?) capace di costruire una nuova stagione di crescita, ricapitalizzando le imprese e favorendo investimenti in innovazione. Lavorando – in definitiva – ad un futuro, che – ci dicono gli istituti di ricerca – deve puntare sulla logistica, sui trasporti, sui porti, 5G, robotica, energia, sanità, cultura, turismo, costruzioni, sistema creditizio. Non dunque un ruolo di mero “salvagente” per le aziende in crisi.
Sul fronte delle risorse a disposizione c’è la più volte citata Cassa depositi e prestiti. Un’idea innovativa è venuta recentemente dall’ Osservatorio permanente sulla sicurezza dell’Eurispes, diretto da Gian Maria Fara, che ha proposto di dare vita ad una holding che metta a frutto i 32 miliardi sottratti alle mafie: una sorta di IRI 2 articolata per settori di competenza affidati a manager di comprovata esperienza (come, ad esempio: immobiliare, produzione agroalimentare, agricoltura, distribuzione, servizi e ambiente).
E poi c’è il grande tema dell’individuazione della classe dirigente e degli assetti istituzionali. Occorre tornare a “selezionare” le elites e nello stesso tempo salvaguardare la partecipazione-rappresentanza degli interessi generali. La capacità di partecipare deve essere determinata dalla preparazione culturale e tecnico-professionale acquisita dall’esercizio delle specifiche competenze, messe a disposizione del bene collettivo, nel contempo occorre però puntare ad un coinvolgimento sistematico e istituzionalizzato delle categorie produttive, che parta dalle aziende e dai territori.
Anche qui è necessario voltare pagina, imparando a declinare il nuovo lessico dell’emergenza e a mobilitare le risorse sociali e professionali, già presenti. Competenze, dunque, partecipazione, decisione, programmazione di sistema e – se necessario – intervento pubblico: ecco gli ulteriori elementi che l’emergenza sanitaria ha portato al centro del dibattito e del doveroso intervento riformatore. E che ora diventano essenziali per fronteggiare la crisi economica con interventi “strutturali”. Su questo occorre confrontarsi e decidere, senza preconcetti ideologici. Pena una crisi sistemica dalle prospettive devastanti.

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